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I risparmi dei privati per investire nell’economia reale

L’impennata dell’inflazione e le tensioni geopolitiche provocate dal conflitto russo-ucraino potrebbero trascinare l’Italia in una nuova recessione nel corso del 2023

di Luigi Sbarra e Riccardo Colombani

(guy2men - stock.adobe.com)

3' di lettura

L’impennata dell’inflazione e le tensioni geopolitiche provocate dal conflitto russo-ucraino potrebbero trascinare l’Italia in una nuova recessione nel corso del 2023. Una minaccia così grave per la tenuta del nostro tessuto economico e sociale impone risposte che vadano oltre una logica emergenziale per guardare al futuro. La nostra economia è ferma da trent’anni. Negli ultimi quindici ha subìto colpi durissimi, prima dalla crisi finanziaria del 2008, poi dalla crisi del debito sovrano, infine dalla pandemia. L’Italia è l’unico Paese dell’Unione europea, insieme alla Grecia, che non ha ancora recuperato il livello di Pil del 2008. Secondo l’International labor organization (Ilo), i salari reali sono addirittura calati rispetto al 1990. I nostri concittadini in condizioni di povertà assoluta sono oltre 5 milioni e mezzo.

Per risalire una china così ripida non abbiamo che due opportunità: rafforzare l’ancoraggio all’Europa e
costruire un solido Patto sociale, fondato su inclusione, sostenibilità e partecipazione.

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Con il Next Generation Eu l’Europa ha mostrato il suo volto migliore, quello ispirato alla visione solidale dei padri fondatori. Ma le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), pure fondamentali nello sforzo di ricostruzione post pandemica, non bastano da sole a recuperare il tempo perduto. Per rimettere in moto la crescita abbiamo bisogno, accanto agli investimenti pubblici, di una massiccia iniezione di investimenti privati.

La nostra proposta è di costituire un Fondo di investimento nell’economia reale alimentato dal risparmio degli italiani. Risparmio che verrebbe tutelato da una garanzia statale integrale su di un ammontare massimo (per evitare speculazioni) a una certa scadenza, ferma restando la possibilità di realizzare plusvalenze. Il risparmio raccolto dovrebbe essere vincolato per un congruo periodo di tempo (lock up 3-5 anni). Andrebbe poi prevista la creazione di un mercato secondario per consentire la liquidabilità delle quote.

Un possibile riferimento nella costruzione del Fondo di investimento nazionale nell’economia reale potrebbe essere il Fondo italiano per il clima, là dove si propone di utilizzare un mix di strumenti per la mobilizzazione di capitali privati con modalità tali da escludere eventuali rilievi sul versante della normativa europea sugli aiuti di Stato.

La gestione andrebbe affidata a Cassa depositi e prestiti, prevedendo forme di partenariato incentivato con banche e assicurazioni aderenti al progetto.

Sui conti correnti bancari e postali “dormono” 1.200 miliardi, che potrebbero fare la differenza se solo una loro frazione venisse destinata a impieghi produttivi. La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ammonta a 5mila miliardi: che cosa accadrebbe se una somma compresa tra 70 e 100 miliardi di euro, pari quindi all’1,5-2% del totale, affluisse verso le nostre imprese?

Si aprirebbe la possibilità di una profonda trasformazione del nostro sistema produttivo nel segno della sostenibilità ambientale e sociale, in coerenza con gli obiettivi che ci siamo dati con il Pnrr. Gli investimenti del Fondo dovrebbero finanziare prima di tutto la transizione ecologica delle Pmi e promuovere la creazione di start-up pienamente sostenibili nelle aree più svantaggiate del Paese, come le regioni del Sud.

Tornare a crescere è la priorità. Ma la crescita di cui l’Italia ha bisogno non può venire che dal superamento dei vecchi steccati ideologici tra Stato e mercato e dal disegno di un nuovo modello economico e sociale fondato sulla partecipazione dei cittadini e sulla tutela dell’ambiente.

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