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I risultati delle riforme «lunghe» (da completare)

di Giorgio Santilli

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(LaPresse)

4' di lettura

Il buon dato della produzione industriale di dicembre (+6,6%) conferma che la congiuntura di fine 2016 va meglio e potrebbe spingere il Pil dello scorso anno oltre la previsione dello 0,8%: uno 0,9% o addirittura un 1% - lo capiremo martedì prossimo con la previsione Istat del quarto trimestre - avrebbero effetti positivi di trascinamento sul 2017 e aiuterebbero ad avvicinare le posizioni di Roma e Bruxelles sulla discussione della manovra-bis correttiva, riducendone l’importo in valori assoluti sotto i 3,4 miliardi inizialmente richiesti.

Un altro dato positivo di questi giorni è quello della lotta all’evasione che nel 2016 ha consentito di recuperare 19 miliardi. Il risultato è il frutto di un’azione di lungo corso che ha via via migliorato il trend e - al netto delle una tantum - ha stabilizzato e rafforzato un’azione di governo fondamentale per allargare la base imponibile e ridurre le tasse a chi le paga regolarmente.

Ancora: qualche giorno fa la Consip ha chiuso la prima gara nazionale per l’acquisto di siringhe. Abbiamo un prezzo nazionale della siringa, è un risultato magari simbolico ma a suo modo straordinario di come pratiche che per anni hanno alimentato spesa pubblica improduttiva possono essere drasticamente cambiate.

Per tutti questi obiettivi di politica economica - una crescita più robusta, la lotta all’evasione, la spending review - l’azione indotta dalle riforme avviate, la continuità dei programmi di governo oltre il breve periodo, la stabilità politica hanno giocato un ruolo fondamentale in questi ultimi tre anni. È interesse di chi questa azione ha promosso e avviato lasciare che si distenda ancora avanti nel tempo per raccogliere tutti i frutti potenziali del circolo virtuoso introdotto. Bisogna completare un lavoro - si pensi anche al settore bancario - e sarebbe bene riconsegnare al Paese un sistema economico risanato e riavviato. Se però queste condizioni di stabilità si interrompono, anziché riscuotere ulteriori risultati dal trend virtuoso, c’è da credere che torneremo ad arretrare.

A questi segnali di miglioramento si contrappone un’atmosfera di sospensione che non fa affatto bene.

Una sospensione alimentata da una grande incertezza politica, da un clima elettorale che porta a preferire slogan ideologici alla considerazione dei fatti. È la sospensione del giudizio di Bruxelles che in queste ore conferma la volontà di tendere una mano all'Italia a condizione che assuma impegni seri e li traduca in misure. È la sospensione del giudizio dei mercati, molto nervosi: lo spread cresce e se è vero che l'origine sta nella fragilità europea complessiva e nel calendario elettorale anzitutto francese, è altrettanto vero che le tensioni sul mercato dei titoli di Stato colpiscono i Paesi con un debito più alto, Italia in testa.

Come ha spiegato il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, il danno reputazionale che l'Italia subirebbe da una procedura di infrazione Ue si tradurrebbe in aumento del costo degli interessi sul debito. Basterà ricordare a chi nega la necessità di qualunque manovra-bis che nel 2016 abbiamo pagato interessi sul debito inferiori di 17 miliardi a quanto pagammo nel 2013. Nel triennio 2014-2016 si arriva a 45 miliardi di risparmi, non confrontabili con i 3,4 miliardi della manovra correttiva di cui si sta parlando. Anche questo dato è il frutto di una continuità della politica economica degli ultimi tre anni che si può intestare a Padoan e Renzi e ha sempre percorso - con abilità nella trattativa con Bruxelles, con pragmatismo e con la “bandiera” delle riforme strutturali - il sentiero strettissimo fra una crescita debole e un muro del debito altissimo.

Questa politica affronta oggi una strettoia congiunturale che può creare danni seri all'Italia se le decisioni di fare o non fare vengono prese sulla base dell'ideologia più che sui dati. La riduzione delle tasse, per esempio, è stata una delle linee-guida di questa politica economica ed è giusto rivendicarlo. Non c'è dubbio che quella deve continuare a essere la direzione di marcia e quando si dice che anche le prossime correzioni ai conti si dovranno inserire nel quadro definito dal Def si intende dire che gli obiettivi di lungo periodo restano fondamentali. Per centrare questi obiettivi - riduzione del debito e riduzione strutturale delle tasse - l'Italia ha bisogno di non interrompere, e anzi rafforzare, il cammino della crescita.

Anche l'obiettivo di cambiare la politica economica Ue per orientarla alla crescita sarà più percorribile se si tiene alta la credibilità italiana.Il punto è allora, rispetto alla strettoia della manovra correttiva chiesta da Bruxelles, non ragionare tanto per slogan elettorali ma valutare con calma quale sia il mix di misure in manovra che crea meno danni e consenta di rimettersi in carreggiata per raggiungere gli obiettivi fondamentali di lungo periodo che il governo ha perseguito in questi anni. In altre parole, quale sia il mix di interventi che meno impatta sulla crescita. Tagli alla spesa? In astratto sì, ma intervenire sui tagli di spesa a marzo o aprile significa avere grande difficoltà a tagliare la spesa corrente improduttiva e concentrarsi sulla spesa per investimenti.

Tagliare gli investimenti è la scelta più recessiva che si possa fare, quella che più frenerebbe la crescita, considerando anche che per gli investimenti - pubblici e privati - vale quanto si è già detto per gli altri obiettivi di politica economica: il risveglio attuale nasce da un'azione faticosissima e costante che dura da anni e ha creato un ambiente fiscale, finanziario, amministrativo più favorevole. C'è ancora molto da fare ma interrompere oggi quell'azione significherebbe interrompere questo processo. Aumentare le accise su benzina e tabacchi suona molto manovra da Prima Repubblica, è vero, ma oggi quel che bisogna fare è valutare pragmaticamente quale sia il male minore sulla crescita.

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