Corsa al Quirinale /1

I ritardi culturali che tengono le donne lontane dal Colle

di Noemi Mangini e Paola Profeta

(Mimmo Chianura / AGF)

3' di lettura

«Una donna al Quirinale»: dal mondo della cultura allo spettacolo, dall’impresa alle personalità di istituzioni, politica e intellettuali sono in tanti a lanciare l’appello per eleggere quest’anno la prima Presidente della Repubblica italiana donna. Un appello che divide. Da un lato chi ribadisce che i tempi sono maturi e che le donne competenti e all’altezza dell’incarico non mancano, sicuramente ce ne sono almeno tante quante gli uomini. E poi, quale migliore occasione per dare una spinta propulsiva alla promozione delle pari opportunità tra uomini e donne, di cui tanto si parla ma di cui ancora stentiamo a vedere qualche passo in avanti concreto? Dall’altro chi si irrita di fronte alla generica richiesta di “una donna”, come se qualsiasi donna andasse bene, come se tutte le donne fossero identificabili nella stessa categoria, perché in fondo, quando mai si è detto genericamente “un uomo al Quirinale” senza fare nome e cognome? Il dibattito si intreccia con quello più ampio della leadership, sulla quale purtroppo nel nostro Paese il divario di genere è ancora ampio, non solo nella sfera politica, nonostante i numerosi studi concordi sui benefici della leadership femminile in politica. L’appello accomuna il Quirinale a Palazzo Chigi, dato che ormai è evidente che le candidature per le due cariche non siano scollegate: anche una donna premier, dunque, può essere una buona idea.

Ma quali sono le condizioni che favoriscono la presenza di una donna presidente o prima ministra? Cosa impariamo dagli altri Paesi
e cosa ci dicono i dati?

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Analizzando i dati World Bank di 159 Paesi nel mondo nel periodo dal 1990 al 2020, osserviamo che la probabilità di avere una donna Presidente o Prima ministra è positivamente correlata con la quota di donne nei parlamenti nazionali, la presenza di donne nella forza lavoro e la quota di quelle con un contratto di lavoro regolare. Queste correlazioni sono valide per tutti i tipi di governo (parlamentare, presidenziale, presidente eletto dall’Assemblea nazionale) e per tutte le ideologie del partito al potere (sinistra, centro, destra).

Insomma, è più facile eleggere una donna Presidente o premier quando e dove le donne sono più rappresentate nel Parlamento e più presenti sul mercato del lavoro. La leadership va di pari passo con la rappresentanza e con l’occupazione, un risultato non troppo sorprendente. D’altra parte, basti pensare alla Finlandia e alla Danimarca, che hanno recentemente eletto una donna premier, Paesi da sempre in cima alle classifiche per la parità di genere sul lavoro e nella politica.

Analizzando più nel dettaglio il fattore politico, i dati mostrano che, nei sistemi parlamentari, se al potere c’è un partito di sinistra, la probabilità di avere una donna Presidente o Prima ministra aumenta rispetto al caso di dominanza di un partito di destra. Ma se il partito è nazionalista tale probabilità diminuisce rispetto a partiti non nazionalisti. Nei sistemi presidenziali la presenza di un partito nazionalista invece aumenta la probabilità di avere una donna premier o Presidente.

Un altro elemento rilevante è la cultura. Analizzando un sottogruppo di 45 Paesi, si evidenzia che la probabilità di eleggere una donna Presidente o premier aumenta se c’è già stata in precedenza una donna in quella posizione e se il contesto culturale è favorevole alla parità di genere e alla leadership femminile. L’elemento culturale è misurato dalle risposte di un campione rappresentativo di cittadini del Paese alle seguenti domande poste dalla World Value Survey: «È un problema se una moglie guadagna più di suo marito» e «Gli uomini sono politici migliori delle donne». Nei Paesi in cui la percentuale di cittadini che si dichiara d’accordo con tali affermazioni è maggiore, la probabilità di avere una donna leader è minore. Anche la sfiducia verso il sistema elettorale e verso il governo riducono la probabilità di avere
una donna premier o Presidente.

Queste correlazioni devono essere interpretate semplicemente come elementi che possono contribuire a un contesto favorevole all’elezione di una donna Presidente o premier, ma non identificano nessun nesso di causalità. Insomma, tutto può succedere. Certo, però, in un Paese come l’Italia in cui le donne in Parlamento sono circa il 35%, il tasso di occupazione femminile è al di sotto del 50% (penultimo in Europa, seguito solo dalla Grecia), e la percentuale di cittadini che si dichiara d’accordo con l’affermazione «Gli uomini sono politici migliori delle donne» è ben il 20% eleggere una donna Presidente o premier sembra un evento improbabile. Non sarebbe però la prima volta che l’Italia esce dagli schemi in tema di parità. Basti pensare all’introduzione delle quote di genere nelle società quotate nel 2011, che nessuno si aspettava.

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