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I salvataggi bancari, il territorio e i valori

di Gianfranco Fabi

2' di lettura

Caro Fabi, considerata la volontà dello Stato di salvare le due Banche venete (Popolare di Vicenza e VenetoBanca), non sarebbe stato auspicabile l’avvio di un’operazione per permettere di fondere le due Banche, trasformandole in una Banca del Territorio Veneto, in grado di contribuire al rilancio economico dell’intera regione, che è ricca e industriosa?

Peraltro nel suo libro “Popolari addio” con Franco Debenedetti (Guerini, 2015), lei ha più volte sottolineato l’utilità di salvaguardare le Banche popolari italiane come Banche del Territorio.

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Nell’attuale programma di salvataggio delle due Banche, l’intervento dello Stato effettuato con denaro pubblico, appare determinante. Perché non pensare allora a una soluzione innovativa che preveda l’intervento di tutte le banche italiane che si affianchino allo Stato per creare una Banca del Territorio Veneto? L’operazione si sarebbe potuta realizzare con la costituzione di una holding spa con le azioni detenute da tutte le Banche italiane (comprese le Bcc, visto che Iccrea si era già dichiarata disponibile). Della compagine azionaria avrebbero potuto fare parte, oltre ad Atlante e allo Stato, anche i duecentomila soci delle due Banche venete, rappresentati da una o due cooperative appositamente costituite per affermare il collegamento con il territorio. Con obiettivo di questa holding la fusione delle due banche venete e la costituzione di una Banca del Territorio Veneto spa con nuovi manager e nuova strategie.

Anche se appaiono necessari ulteriori e più precisi suggerimenti a integrazione della soluzione appena proposta, varrebbe forse la pena metterla in discussione.

Fausto Capelli

Gentile avvocato Capelli, non entro nel merito delle soluzioni concrete che proprio in questi giorni vengono varate per salvare le due banche venete. La vicenda si sviluppa giorno per giorno e viene seguita con grande attenzione sulle pagine del Sole 24 Ore.

La sua lettera costituisce tuttavia un invito a una riflessione generale su due piani: c’è quello molto concreto del salvataggio delle due banche, un salvataggio che dovrebbe comprendere anche i valori come il radicamento nel territorio, e c’è il piano più generale del ruolo della cooperazione, un ruolo che è stato sacrificato dal frettoloso decreto del gennaio 2015, decreto che ha obbligato le grandi banche popolari a trasformarsi in società per azioni. Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno abbondantemente dimostrato come i problemi di alcune banche non siano da attribuire alla forma giuridica degli stessi istituti di credito, ma alle scorrettezze dei manager e alle incursioni della politica, elementi che sono venuti a galla per l’ampiezza della crisi economica. E quindi la forma cooperativa, che è tutelata anche dalla Costituzione, può costituire ancora un valore ovviamente adeguando modelli e statuti alle nuove realtà. Soprattutto in una dimensione come quella italiana, dove non è solo uno slogan parlare delle piccole e medie imprese come spina dorsale della realtà economica. E dove il credito bancario è ancora uno dei canali privilegiati di finanziamento e di sostegno allo sviluppo.

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