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I satelliti non più monopolio delle agenzie

In passato erano dominanti Nasa, Esa e Roscosmos, oggi il maggior numero di satelliti in orbita sono di SpaceX, la società privata di Elon Musk

di Leopoldo Benacchio

(Afp)

3' di lettura

Per capire a che punto siamo con lo spazio e con l’economia che lo sostiene, ma anche che ne deriva, non c’è niente di meglio che mettere insieme qualche numero, che probabilmente stupisce più di una persona. Siamo soliti a pensare alle grandi agenzie spaziali: la Nasa americana, l’europea Esa, ma anche quella russa, Roscosmos. Ma chi ha lanciato più razzi vettore nei primi tre mesi del 2022, è SpaceX, la compagnia privata di Elon Musk, che ne ha ben undici all’attivo, quasi un lancio alla settimana.

Al secondo posto troviamo i cinesi dell’Agenzia statale Casc, con ben otto lanci, mentre Roscosmos ne ha quattro, peraltro finalizzati per il trasporto verso la Stazione spaziale Internazionale, ora in parte sostituiti proprio da SpaceX. L’Europa ne porta in orbita solo uno in questo periodo, al pari di altri soggetti come gli iraniani.

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Se si va a vedere il 2021 i numeri cambiano, ma l’andamento è molto simile. Quel che si nota subito è l’assenza di Nasa, che di fatto oggi sfrutta i voli della SpaceX.

Il record in orbita a Elon Musk

Ma andiamo oltre ai meri lanci e contiamo i satelliti messi in orbita: SpaceX spiazza tutti con 504 unità e il secondo, la cinese Casc ne porta in cielo solo - si fa per dire - 36, seguita a ruota da Arianespace con 34. Dei 624 satelliti lanciati in totale nel primo trimestre di quest’anno il 75% è per telecomunicazioni, un dato comunque sempre molto alto, ma recentemente esploso. Il telerilevamento, altro campo in forte espansione, si difende bene con una quota del 16% dei satelliti lanciati.

Se c’è ancora chi pensa che lo spazio sia soprattutto scienza e che si spendano capitali eccessivi , bisogna puntualizzare che i satelliti per scopi scientifici sono stati solo cinque, meno dell’un per cento del totale.

In 10 anni i satelliti sono aumentati di 5 volte

Questo elenco di numeri ci aiuta a capire quanto sia cambiata la situazione rispetto a dieci anni fa, quando praticamente solo le agenzie spaziali nazionali figuravano in liste come quella che abbiamo ricavato dal primo rapporto Bryce per il 2022. Il numero peraltro esorbitante di satelliti attribuiti a SpaceX deriva dal progetto Starlink, per la distribuzione capillare di Internet dallo spazio, che sta popolando, assieme al progetto simile anglo-indiano di OneWeb, la fascia di orbita bassa, e altri ne sono previsti, tra cui il progetto Kuiper di Jeff Bezos.

Basta pensare che, come ordine di grandezza, il numero di satelliti dieci anni fa era attorno al migliaio, oggi siamo a cinque volte tanto, con almeno cento satelliti per uso militare, numero da prendere con beneficio di inventario per ovvie ragioni. D’altra parte lo spazio fa sempre più parte del teatro operativo militare, quanto meno per la sorveglianza continua dei campi di operazione, come ci stanno purtroppo dimostrando le immagini satellitari che provengono quotidianamente per documentare la drammatica guerra in Ucraina.

Sempre nel decennio è raddoppiato, da quaranta a ottanta, il numero di Paesi che hanno almeno un satellite in orbita.

Crollo dei costi di produzione

Alla base di questa rivoluzione c’è un insieme di motivazioni maturate contemporaneamente. Ma se vogliamo trovare il punto chiave è certamente il crollo dei costi di costruzione, soprattutto sul fronte dell’elettronica, e di gestione. Oggi un microsatellite può permetterselo quasi chiunque, dall’università americana o italiana al piccolo Stato che vuole, per esempio, sorvegliare i movimenti ai suoi confini. Certamente questa nuova tipologia non può avere le caratteristiche dei satelliti grandi, costosissimi e pesanti cinque volte tanto cui siamo abituati quando parliamo di telerilevamento o geoposizionamento e timing, ma la convenienza è certa quando si parla di scopi precisi. Per avere un’idea, progetti come Starlink, che ha licenza per arrivare a molte migliaia di unità in orbita, considera fino a un 10% di perdite come normale: satelliti che smettono di funzionare o si deorbitano o altro. In ogni modo il crollo dei costi di costruzione e la nuova tipologia di satellite permette potenzialmente ricavi in tempi molto più brevi del passato, ed è un punto cruciale ovviamente per l’industria privata.

Per quanto riguarda l’economia complessiva dello spazio, che l’Ocse ha recentemente definito come l’insieme delle attività e risorse integrate che apportano valore e recano benefici alla conoscenza, gestione e utilizzo dello spazio medesimo, il discorso però cambia.

L’insieme del settore satelliti e lanciatori pesa solo per il 10% del totale, che sempre più viene dominato dall’indotto e dalle applicazioni dei big data ottenuti. Un esempio che ci portiamo in tasca quotidianamente è lo smartphone, che al suo interno ha praticamente sempre un chip costruito appositamente per gestire al meglio il segnale Gps, e di questi che continuiamo a chiamare “telefoni” si calcola ce ne siano in circolazione, nel 2021, quattro miliardi, uno ogni due persone.

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