Stai Uniti

I segni del declino di un impero infiacchito dal suo stesso successo

di Cesare Azzali

(ipopba - stock.adobe.com)

6' di lettura

Le vicende della fine dell'occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, lasciando da parte analisi e commenti sugli aspetti di attualità che pure sono di indubbia, drammatica e, per taluni aspetti, sconvolgente rilevanza, possono e credo debbano essere valutate anche e soprattutto per il loro significato più profondo e per l’impatto che potranno avere sul futuro degli equilibri politici, economici, militari e di civiltà del mondo nei prossimi anni e decenni. Le scelte e le modalità con cui è stata posta fine alla occupazione militare di quel Paese, infatti, rivelano, al di là di ogni ragionevole dubbio, la decadenza (si vedrà nei prossimi anni quanto sia profonda e irreversibile ) e il declino di credibilità e di autorevolezza della cosiddetta “civiltà occidentale”.

I fatti di questi giorni, in un Paese geograficamente e culturalmente molto lontano da Stati Uniti ed Europa, piaccia o non piaccia prenderne atto, mettono a nudo come neppure gli avanzamenti straordinariamente positivi delle conoscenze scientifiche e, soprattutto, delle tecnologie possono compensare lo svuotamento di impegno delle persone e delle comunità che vivono nel cosiddetto “occidente libero e democratico”, nel portare avanti, con comportamenti concreti e coerenti, i valori che sono alla base della nostra civiltà e qualità di vita.

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L’elemento che emerge come dato indiscutibile (al di là di ogni altra connessa e purtroppo fondata considerazione sulle conseguenze per il popolo afghano) è che l’esercito americano, integrato da quelli degli Alleati, con un’evidente sovraordinata responsabilità delle classi politiche di questi Stati, non solo non è in grado di vincere sul piano militare un conflitto con “nemici” incommensurabilmente più “deboli”, ma non è neppure in grado di organizzare una ritirata che non sia disastrosa per sé e per coloro che hanno scelto di fidarsi della sua “forza” e della sua organizzazione e competenza professionale.

Ai fini di una riflessione che voglia andare a fondo nel comprendere significato e effetti di questo dato non è rilevante approfondire quali ne siano le ragioni e le cause specifiche, né serve accertare il fondamento pieno o parziale di questo giudizio, di fatto nella percezione generale, almeno dei Paesi non coinvolti nella débacle occidentale in Afghanistan, si è ormai formata l’opinione che gli Stati Uniti e i loro Alleati siano non solo deboli, ma persino incapaci di, almeno, tutelare se stessi e soprattutto chi collabora con loro. Questa constatazione determina la necessità di porsi la domanda alla quale, credo, chi vive e si riconosce nei fondamenti della civiltà occidentale non può sottrarsi: come e perché tutto questo è accaduto e sta accadendo? Difficile ipotizzare che qualcuno trovi la risposta definitiva che sia indiscutibilmente vera, che spieghi ogni cosa e soprattutto sia in grado di convincere tutti.

Tuttavia è altrettanto difficile sottrarsi alla sensazione che ci si trovi di fronte al sintomo di un possibile inizio del declino, almeno nel breve, medio periodo, dell’egemonia politica, militare economica e culturale della civiltà europea nella sua recente declinazione della versione statunitense. In questa possibile chiave interpretativa una prima considerazione che va posta a base di ogni ulteriore riflessione è che, se cosi è o dovesse essere, la responsabilità è di tutte le componenti di quello che, per comodità e sintesi espositiva, potremmo definire “l’impero occidentale”. Un’entità non riconducibile formalmente alle altre esperienze politico istituzionali identificate con quest’espressione nella storia, ma di fatto passibile di essere qualificata tale in quanto dotata di una propria precisa identità e di istituzioni interstatuali, prima fra tutte la Nato, che ne hanno permesso l’esistenza e il funzionamento. Un’entità formatasi dopo la fine della seconda guerra mondiale, che ha avuto e ha il proprio centro motore e gravitazionale negli Usa, ma con dinamiche in cui tutte le comunità coinvolte hanno dato un loro determinante e convergente contributo. L’elemento portante di questa aggregazione politica, militare ed economica era ed è la comune adesione all’idea che fondamentali in ogni società debbano essere gli interessi e i conseguenti diritti di ogni singola persona, da realizzare tutelando la sua libertà di ricercare la propria “felicità”, in un contesto di organizzazione degli assetti di potere in cui ognuno possa, col proprio voto, contribuire a scegliere la classe dirigente. In sintesi l’idea portante e unificante è che la società debba basarsi sulla libertà individuale, libertà garantita e promossa dal riconoscimento della democrazia come unica forma che legittima il potere pubblico e ne assicura la migliore gestione.

Tralasciamo di approfondire il valore e il fondamento di questa concezione-convinzione, che peraltro io condivido totalmente, per riflettere sul fatto che la storia degli esseri umani certifica in modo inequivoco e ineludibile che, qualunque sia l’idea che una persona o una comunità voglia promuovere, la sua realizzazione dipende dalla determinazione, coerenza, impegno quotidiano e disponibilità a sacrificarsi per attuarla con cui la si persegue. Purtroppo la sensazione (l’uso di questa espressione si giustifica per la volontà di non perdere la speranza che la tendenza si inverta) è che i cittadini e i popoli liberi e democratici dell’Occidente, ricco e avanzato, infiacchiti dal benessere diffuso e dalla volontà di non rinunciare ai benefici e ai privilegi di un esistenza che assicura, anche se con sempre maggiore incertezza, un alta qualità di vita, non siano più disposti, e si può temere, alla luce di quanto accade ogni giorno e non solo in Afghanistan, neppure in grado, di farsi carico di porre in essere ciò che è necessario per realizzare e mettere in sicurezza le idee, i princìpi e valori umani che dicono di avere. Intendiamoci, la cosiddetta “civiltà occidentale” ha realizzato, grazie all’impegno dei popoli e delle loro classi dirigenti, livelli di qualità di vita e di libertà che ancor oggi, pur con molte contraddizioni, diseguaglianze e obiettivi non raggiunti, fanno dell’Europa e degli Stati Uniti un modello di convivenza molto ben riuscito. Tuttavia, probabilmente perché per chi vive nel benessere è difficile mantenere la stessa determinazione all’impegno di chi vive invece dovendosi confrontare con la conquista quotidiana dei beni essenziali per vivere, le società occidentali sembrano aver perso la consapevolezza della necessità di prendersi cura quotidianamente dei bisogni reali e non virtuali e di mera immagine e apparenza della vita. Invertire la tendenza crescente all’isolamento delle persone in una dimensione di individualismo estremo, un individualismo che sostituisce alla libertà di essere sé stessi (che tiene e deve tener conto della libertà e dell’esistenza stessa degli altri) con la pretesa di realizzare, sempre e comunque, le proprie pulsioni e aspettative, presuppone, anzitutto, il ripensare e rivedere il ruolo, le funzioni e i cambiamenti che le nuove tecnologie stanno determinando nella nostra società. Infatti, la propensione al disimpegno personale e delega agli altri della soluzione dei problemi, tendenza tipica delle fasi di attenuazione della vitalità di una civiltà, trova oggi una facile giustificazione nel mito della funzione taumaturgica e salvifica della tecnologia, con un evidente e irragionevole sottovalutazione del rischio di non saper valutare e gestire i comportamenti di individui e comunità che hanno idee e valori totalmente o parzialmente diversi dalle cosiddette “società avanzate”.

Da strumento al servizio della crescita delle possibilità e della libertà da vincoli e limiti per gli esseri umani, le innovazioni tecniche e scientifiche stanno determinando, soprattutto nelle comunità più ricche e avanzate, un progressivo impoverimento della “capacità di relazione” fra le persone e della “capacità di pensare” non solo in termini funzionali ed efficientisti, ma anche e soprattutto di effettiva aderenza ai bisogni più profondi dell’essere umano. Non si tratta né di rifiutare e neppure di rallentare l’innovazione, bensì di indirizzarla a essere uno strumento di aumento reale della qualità della vita, tenendo conto che gli esseri umani sono, ed è prevedibile che restino ancora a lungo, diversi gli uni dagli altri per identità individuale e collettiva, per condizioni geopolitiche, per fede religiosa, per condizioni economiche, culturali e sociali, per sensibilità e psicologia. Ripensare alla condizione umana nei nuovi contesti globali creati dalle innovazioni tecnologiche è l’unica scelta ragionevole per ricreare le condizioni per cui, a partire dal mondo occidentale, ogni essere umano abbia l’opportunità di evolversi, di imparare a “fare e pensare” non importa cosa ma, con reale, piena e diretta responsabilità, da protagonista. L’alternativa alla ricostruzione dei fondamenti di una società libera e democratica, basata necessariamente sull’impegno quotidiano di coloro che ne condividono i princìpi e godono i benefici, occorre prenderne consapevolezza, è augurarci o illudersi che droni, aerei senza pilota, robot in grado di stare sul terreno di eventuali battaglie, riescano a contenere la vitalità, spesso brutale e violenta, di coloro che, diversi da noi, premono, quali nuovi “barbari”, sui confini dell’impero per penetrarvi, conquistarlo e imporre i loro costumi e la loro concezione della vita. Anche se la storia non si ripete mai eguale, la sconfitta e la sostituzione di una civiltà è già capitata molte volte nel passato. Probabilmente possiamo sperare che la situazione oggi sia tale da rendere impossibile il ripetersi di eventi simili. Tuttavia, se si vogliono ridurre i rischi, sarà bene che miglioriamo la nostra capacità di pensare e di fare per non essere o quanto meno apparire deboli, supponenti e incapaci.

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