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I Sigur Ros a Milano, la potenza del rock che arriva nello stomaco

di Fausto Leali

4' di lettura

Un folletto del rock. Seduto sulla mia sedia, in una delle prime file della tribuna posta davanti al palco, faccio fatica a vedere le movenze del corpo e i tratti del volto. Da questa distanza, avvolto dalle luci del palco, riesco solo a farmi stregare dalla musica, quell'alchimia di suoni che fa passare con disinvoltura da magiche ed eteree atmosfere a devastanti uragani di note. Ma per vedere gli occhi e la bocca di Jonsi, la sua mano che regge l'archetto con cui talvolta accarezza e in altri momenti violenta le corde della chitarra, devo volgere lo sguardo verso i maxischermi. Quegli occhi, di cui uno cieco dalla nascita, sono quasi sempre chiusi. La musica abita dentro di lui ed esce dal suo cuore grazie alla voce. Già, quella voce, così enigmatica, angelica ed inafferrabile. Come fare a descriverla efficacemente con le parole? Bisogna ascoltarla, e non raccontarla. I Sigur Ros sono soprattutto questo, la voce ed il carisma di Jòn Pòr Birgisson, per tutti semplicemente Jonsi, anche se i suoi musicisti, ieri sera, hanno dimostrato di possedere qualità di tutto rispetto.

Ma questo personaggio è davvero unico nel panorama del rock. E con le parole è difficile raccontare, appunto, di una voce in falsetto, capace di scalare vette inimmaginabili, con una profondità ed una potenza ancora oggi straordinarie, a più di vent'anni dall'esordio della sua band. Ieri lo si è visto, ad esempio, nel brano Ný Batterí, in cui, al termine di un lungo passaggio dolce e soffuso, le sue corde vocali hanno sostenuto un acuto per un tempo assurdo, prima che la band si scaraventasse a precipizio in un solidissimo wall of sound.

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I Sigur Ros a Milano

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D'altra parte, proprio le parole appaiono inadatte per raccontare ciò che accade quando Jonsi è sul palco, perché sono esattamente quelle che lui non usa. Quando non canta in islandese, infatti, è il vonlenska (o hopelandic), il linguaggio che utilizza, fatto di sillabe in grado di produrre suoni, ma non frasi di senso compiuto. Suoni posti l'uno accanto all'altro, capaci di generare musica ed emozioni, di entrare nell'anima e scavarla nei recessi più nascosti, e di scuoterla fino a che sia in grado di far fuoriuscire tutte le gioie e le paure.

Lo spettacolo di ieri sera, al Forum di Assago, è stato innanzitutto questo. Unica tappa italiana del tour europeo dei Sigur Ros, uno spettacolo rodato, partito a metà settembre dall'Inghilterra e che terminerà a breve in Croazia, prima che la band riparta per nuovi concerti, in Sud America ed infine nella propria terra, l'Islanda. Due set di circa un'ora ciascuno, intervallati da una pausa di venti minuti, in cui la musica di sottofondo contribuisce a non rompere l'atmosfera. La scaletta, riproposta in maniera pressoché immutata ad ogni show, è composta da brani tratti dai loro album più significativi, oltre a due belle composizioni del 2016 – Á ed Óveður – poste rispettivamente all'inizio del primo e del secondo segmento del concerto. I classici sono ben rappresentati, da quella Popplagið, ultima canzone del concerto e la più suonata di sempre dalla band, passando per Ný Batterí, Sæglópur, Glósóli e Vaka. La formazione attuale del gruppo vede, al fianco di Jonsi, due soli altri elementi, Georg Hòlm, al basso e alle tastiere e Orri Pàll Dyrason, un'autentica forza della natura alla batteria, ma altrettanto efficace anch'egli alle tastiere.

In mezzo la chitarra di Jonsi, con il suo suono unico e indescrivibile, ora simile ad un sinfonico quartetto d'archi, ora lancinante e distorta, negli assoli di stampo hard rock. Il sound della band appare più potente rispetto al passato, un cambiamento che si nota soprattutto nel loro ultimo album in studio, Kveikur, ormai datato 2013. Ieri sera lo si è apprezzato soprattutto nella seconda parte del concerto organizzato dal gruppo Live Nation, non solo nella title-track del suddetto album, ma anche negli altri brani che, più di quelli della prima parte - orientati ad esplorare quelle atmosfere soffuse che spesso richiamano alla mente glaciali ed affascinanti paesaggi del nord – si sono dimostrati espressione di un potente quanto efficace muro del suono.

«Penso che la nostra musica sia diventata più aggressiva», ha dichiarato recentemente il bassista della band. E, in effetti, quando la gente si avvia ordinatamente all'uscita al termine dello show, l'impressione è proprio quella: di essere finiti letteralmente al tappeto, colpiti da un pugno allo stomaco. Anche Jonsi, al termine dell'ultimo brano, appare esausto, appoggia la chitarra per terra e rimane curvo sulla schiena, mentre esce lentamente dal palco, accompagnato dai suoi due fidi compagni di strada.

Pochi istanti, in cui ti domandi quel che è accaduto, ciò che quella musica, a tratti sognante, più spesso furiosa, ha risvegliato nella tua anima e nella mente, perché è così, non puoi rimanere indifferente ad un concerto dei Sigur Ros e se resisti fino alla fine senza essere costretto a scappare, devi fare i conti con tutto ciò che quelle canzoni sono state capaci di risvegliare in te. Pochi istanti, prima che la band torni fuori.

Niente bis, già lo sappiamo, ma che belli quei sorrisi, e quella mano di Jonsi, prima appoggiata sul cuore e poi unita all'altra, mentre manda baci lassù, verso le tribune più alte. Non c'è bisogno di parole, Jonsi ne ha dette solo pochissime, in un incomprensibile islandese, prima dell'ultima canzone, nelle quali i più colti hanno capito solo un «grazie mille». Ma, quando le luci del forum si riaccendono, in fondo al palco, sullo schermo, è proiettato un gigantesco Takk – grazie – che dice tutto ciò di cui c'è bisogno.

Di ritorno a casa, sul metrò, vedo attorno a me pochi capelli grigi e molti volti di trentenni. Mi ritrovo a guardarli, mi perdo nei loro occhi sorridenti e mi viene in mente che il linguaggio delle canzoni dei Sigur Ros, il vonlenska, può essere tradotto in italiano con una strana parola: “speranzese”. «La nostra musica – ha detto una volta Jonsi – deve fluire. E' come un buon karma, se agisci in modo onesto, allora tutto andrà come deve andare». Speranza, in islandese Von, il titolo del primo disco dei Sigur Ros. Al termine di una notte di musica è tutto qua, quello che ci portiamo a casa.

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