Sanità e territorio

I sindaci della Lombardia contro la riforma sanitaria di Letizia Moratti

I primi cittadini delle città più grandi e popolose chiedono di partecipare al dibattito su dove e come realizzare i nuovi ospedali di prossimità

di Sara Monaci

(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

I sindaci delle principali città lombarde si scagliano contro la riforma sanitaria della Lombardia, in fase di approvazione. E, più in generale, chiedono anche allo Stato la possibilità di intervenire nella nuova pianificazione territoriale di case e ospedali di comunità e nell’organizzazione della rete di assistenti socio-sanitari.

La Regione Lombardia sta per approvare una sorta di revisione della legge sanitaria voluta dall’ex governatore Roberto Maroni e sviluppata dall’attuale governatore Attilio Fontana. La legge sperimentale della Lombardia infatti ha mostrato una serie di lacune durante il periodo pandemico.

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Prima fra tutte, la debolezza della rete di medici di famiglia, che solo in minima parte hanno aderito alla cosiddetta “presa in carico” dei pazienti fragili, cioè i cronici con malattie di lungo corso da monitorare senza ospedalizzazione. Il risultato è stato che gli ospedali da anni sono presi d’assalto sia da soggetti “acuti” che dai cronici - sacrificando questi ultimi -, fatto che peraltro durante l’emergenza sanitaria ha amplificato la circolazione del virus.

Verranno dunque realizzati, come richiesto dal Pnrr, case e ospedali di prossimità. In Lombardia le case saranno 203, gli ospedali 60, a cui si aggiungon o101 centrali operative territoriali. Per l’edilizia sanitaria ci saranno a disposizione fino al 2024 1,350 miliardi.

Troppo poco per i sindaci di Milano Giuseppe Sala, di Bergamo Giorgio Gori, di Brescia Emilio Del Bono, di Cremona Gianluca Galimberti, di Lecco Mauro Gattinoni, di Varese Davide Galimberti, di Mantova Mattia Palazz i . Per loro - che rappresentano le amministrazioni di centrosinistra che si contrappongono al centrodestra della Lombardia - occorre investire più risorse perché «la Regione deve mettere a disposizione anche risorse del suo budget», e al tavolo devono essere chiamati «anche gli Enti locali per decidere dove e come realizzare le nuove strutture, comunque troppo poche rispetto alle reali esigenze».

La Regione Lombardia infatti ha già fatto un rapido censimento delle vecchie strutture da rimodernare. Per i sindaci, in primis per Sala, «occorre sedersi al tavolo perché non è detto che le strutture identificate corrispondano ai bisogni reali, in base alle esigenze e alla densità della popolazione». A Milano, tanto per cominciare, le nuove strutture sono circa 24, ma più che il numero viene contestato il luogo e le modalità.

A Brescia Del Bono sottolinea proprio la «scarsa manutenzione delle strutture individuate, con una nebulosa su ciò che le case di prossimità debbano essere concretamente, con il rischio che si scarichi sul settore sociale (di competenza dei Comuni, ndr) ciò che invece è prettamente sanitario».

Per quanto riguarda i medici di famiglia, problema nazionale più che locale, è Gori a precisare che «sebbene ci sia un tema nazionale, in Lombardia il problema è più grave che altrove perché i medici in pensione non sono stati rimpiazzati».

Infine la questione della carenza di medici e infermieri, per cui, spiega Gori, occorre «aggiungere borse di studio incrementali». La critica, riassume Gattinoni, è sostanzialmente una: «manca l’intercoluzione con la Regione». Per ora infatti, nessun dialogo, né appuntamenti in vista, con la vicepresidente e assessore alla Sanità lombarda Letizia Moratti.

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