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I succhi salvano la stagione delle arance. Ma aumenta la dipendenza dall’estero

Secondo Ismea «campgna avara di soddisfazione per i produttori». Il passivo della bilancia commerciale aumenta anche a causa della domanda destagionalizzata

di Emiliano Sgambato

2' di lettura

Quella delle arance quest’anno è «una campagna complicata e fino ad ora avara di soddisfazioni per gli agricoltori». Il raccolto è previsto in crescita del 25-30% ma prevalgono le piccole dimensioni, mentre «solo il prodotto medio-grande spunta quotazioni soddisfacenti per i produttori». Risulta così importante «il ruolo svolto dall’industria dei succhi che, dopo l’azzeramento delle scorte dovuto a due campagne con scarsi raccolti, ritira e lavora ingenti quantitativi di arance, soprattutto frutti medio-piccoli, alleviando in tal modo la pressione dell’offerta», abbondante anche per l’incremento della produzione mediterranea.

Questo ha determinato una flessione dei listini all’origine rispetto alla campagna 2019/20 «sulle principali piazze e per le varietà più importanti».È il quadro tracciato da un report redatto da Ismea.

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Sulla domanda pesano le chiusure di bar e ristoranti che coprono circa il 20% delle vendite all’ingrosso. Ma il dettaglio (da ottobre 2020 a gennaio) registra segnali positivi, anche per il trend che privilegia gli acquisti di frutti ricchi di vitamine e antiossidanti: «gli acquisti di prodotto confezionato nei punti vendita della Gdo – si legge nel report – evidenziano un aumento dell’11% su base annua e di circa l’8% rispetto al dato medio del triennio precedente. L’incremento riguarda anche il prezzo di vendita e quindi la spesa, rispettivamente +3% e +14%».

Nel consuntivo 2019-2020 aumenta il rosso per la bilancia commerciale – negativa da ormai 20 anni – a circa 60 milioni di euro, «conseguenza del record delle importazioni, oltre 223 milioni di kg, e dell’aumento del prezzo medio all’import (+27%)». Oltre che nella destagionalizzazione dei consumi e nella forte domanda durante il lockdown (soddisfatta da Spagna ma anche da Grecia e Egitto), le cause sono anche nei «problemi strutturali che zavorrano lo sviluppo del settore». In particolare, secondo Ismea, «l’eccessiva frammentazione (la dimensione media delle aziende è di 2,5 ettari) e gli impianti poco moderni e razionali determinano una minore produttività, una scarsa resistenza alle fitopatie (in particolare al virus della Tristeza) e un calendario di raccolta più breve rispetto ai nostri diretti competitor».

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