Opinioni

I talenti di oggi e l’Italia di domani

Orgoglio, senso di giustizia e generosità sono dimensioni immateriali, ma cruciali per non dissipare, le potenzialità di cui dispone il Paese

di Daniele Marini

3' di lettura

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi, nel suo discorso per ottenere la fiducia al Senato, ha fatto una sottolineatura che assume una declinazione particolare. Nel momento in cui il Paese sta affrontando la ripartenza e la scrittura di un Piano con risorse paragonabili solo a quelle della ricostruzione del secondo dopoguerra, ha messo l'accento su alcune dimensioni «immateriali», quanto essenziali: orgoglio, senso di giustizia e generosità nei confronti del nostro Paese. Invitando a riconoscerne capacità, talenti e primati. E non solo quelli economici per il fatto di essere una potenza industriale seconda in Europa solo alla Germania, tratto peraltro misconosciuto a una parte importante di italiani. Ma anche quelli culturali, sociali e del volontariato.

Non si tratta di un aspetto nuovo. Diverse ricerche negli anni scorsi hanno messo in luce come gli italiani manifestino, per così dire, una sindrome di “strabismo” nei propri confronti. Meglio, «strabici» fra se stessi e gli altri conterranei. Dove ciascuno soggettivamente, e la propria famiglia, si ritiene probo, responsabile civilmente, solidale verso chi ha bisogno. Mentre, guardando i propri concittadini la valutazione muta di segno: perlopiù egoisti, attenti ad arricchirsi, ognuno fa per sé. Il senso di appartenenza a una comunità è ridotto alle reti familiari prossime, al più a quelle amicali. Mentre è labile un'idea di comunità larga, di appartenenza a una nazione.

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L'esperienza che il Presidente della Repubblica Ciampi avviò 20 anni fa, e seguito dai suoi successori, nelle visite alle città italiane andava esattamente nel segno di costruire l'idea di Paese coeso, e non solo durante i mondiali di calcio o le calamità naturali. Che si potesse riconoscere, alla soglia allora dei 150 anni dall’unità d’Italia, in un’idea e in un progetto complessivo, senza nulla togliere alle specificità che caratterizzano lo Stivale. Anzi, valorizzandole all’interno di una cornice unitaria. Tuttavia, le crisi del 2008 prima e oggi della pandemia, unite a un sistema politico nazionale rissoso, hanno alimentato le divisioni.

Il tratto peculiare del rilievo di Draghi – che avviene nel 160° anno dell’Unità – è che l’appello all’orgoglio non è un’evocazione sentimentale identitaria, ma rinvia al senso di responsabilità nei confronti delle future generazioni. È un riconoscere, e non dissipare, le potenzialità di cui dispone il Paese.

La necessità di ridurre la distanza fra come gli italiani si percepiscono e le reali capacità è testimoniato dalle opinioni (Reputation Science – Open Fiber) sull’importanza assegnata alla regione di residenza in ambito nazionale, secondo due dimensioni: l’economia e la politica. Inoltre, al ruolo che l’Italia gioca in Europa. Si possono osservare due fenomeni.

Il primo riguarda il divario nel valore attribuito al sistema economico regionale, rispetto a quello politico sulla scena nazionale. Per poco più di metà degli italiani (53,6%, misura analoga a quella del 2017: 51,0%) la propria regione conta molto sul piano nazionale, ma ciò non avviene sul piano politico (41,1%, comunque in crescita rispetto al 32,6% del 2017). Il dato medio nasconde forti difformità regionali. Mentre soprattutto in diverse regioni del Centro-Nord (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio) il peso economico è significativo, in tutte le regioni del Mezzogiorno prevale nettamente una percezione di marginalità. Confermando il ben noto divario territoriale. Il ruolo politico delle diverse regioni in ambito nazionale segue la medesima traccia, però con un peso inferiore. In altri termini, al sistema produttivo è attribuita un’importanza ben più rilevante di quello politico.

Se spostiamo l’analisi sul livello continentale l’influenza giocata dall’Italia in Europa è ritenuta molto bassa (36,9% sotto il profilo economico, 30,2% quello politico), assottigliando la distanza fra i due ambiti. D’altro canto, la scarsa capacità di azione dell’Italia in campo europeo dopo l’accordo di Maastricht e la presidenza Prodi è alle cronache.

Tuttavia, emerge un secondo fenomeno interessante: l’effetto Draghi. La rilevazione (avvenuta nei giorni dell’incarico del Presidente Mattarella) vede elevare l’immagine positiva dell’aspetto politico sia sotto il profilo delle diverse realtà regionali in ambito nazionale. Sia entrambi gli aspetti sul piano europeo. Si potrebbe dire che, ancor prima di entrare in azione, l’autorevolezza e la reputazione della figura del Presidente del Consiglio, analogamente al calo dello spread, ha generato nell’immaginario collettivo nazionale un sussulto di fiducia e, soprattutto, di aspettative verso la politica. Come se all’«io» (economico) si potesse finalmente affiancare un «noi» (politica). L’auspicio è che il moto si tramuti in azioni di responsabilità concreta. Da parte di tutti.

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