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I tanti dividendi di una legge di Bilancio equilibrata e prudente

L’economia italiana continua a sorprendere con i dati relativi al terzo trimestre dell’anno in corso, ma la crescita per l’anno prossimo continua a essere prevista tra la stagnazione e la recessione

di Giovanni Tria

(Vitalii Vodolazskyi - stock.adobe.com)

7' di lettura

L’economia italiana continua a sorprendere con i dati relativi al terzo trimestre dell’anno in corso, ma la crescita per l’anno prossimo continua a essere prevista tra la stagnazione e la recessione. Resta incerta la politica monetaria, perché non sappiamo in quale misura e per quanto tempo la strada della restrizione monetaria, confermata dalla Fed, sarà seguita dalla Bce, che ha rinunciato alla cosiddetta forward guidance per aderire all’approccio del “seguiamo i dati”. Incerto è l’affermarsi di aspettative inflazionistiche in salita che, a loro volta, guideranno le scelte di politica monetaria sui tassi di interesse. Incerto è quindi il momento di un possibile passaggio da tassi di inflazione reali, cioè tassi nominali al netto dell’inflazione, negativi a tassi di interesse reali positivi, con il loro impatto sul bilancio pubblico. E pesa l’evoluzione della guerra in Ucraina che condiziona la crisi energetica e il dibattito europeo sulla risposta comune.

In tali condizioni di incertezza una legge di bilancio è esposta, più del normale, a due errori di impostazione di natura opposta che chiameremo di “sopravalutazione” e di “sottovalutazione”.

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Il primo è quello che spinge a pensare che nella legge di bilancio si giochino tutti gli interessi e che essa cristallizzi la successiva conduzione della politica di bilancio, trascurando il fatto che questa conserva margini di flessibilità e di aggiustamento tra maggiore o minore deficit e nella composizione di entrate e uscite per il mantenimento di un dato livello di deficit. E mantenere sufficienti margini di flessibilità rileva a maggior ragione se si considera la fluidità delle condizioni macroeconomiche, poco controllabili a livello nazionale, in cui sarà chiamata a operare la legge di bilancio. Se questa consapevolezza fosse trasmessa ai vari attori in gioco forse si toglierebbe drammaticità alle scelte, evitando di immettere nella legge di bilancio poste politiche di bandiera o riguardanti la legislatura, che potranno essere trattate con ponderazione una volta affrontate le priorità della congiuntura economica.

Con la stessa consapevolezza si eviterebbe poi di cadere nell’altrettanto importante errore di “sottovalutazione”. La legge di bilancio, se non rappresenta l’atto in cui tutto si gioca, è però la presentazione di un metodo di governo. Un biglietto da visita non per gli elettori, a cui il governo è chiamato a rispondere a fine legislatura sui risultati, ma per gli attori che agiscono nei mercati e determinano, con le loro reazioni alla politica del governo, l’evoluzione concreta dell’economia. È quindi importante non sottovalutare i segnali che si danno ai mercati. In condizioni di incertezza si deve mostrare contezza dei rischi di breve e lungo periodo e forte determinazione ad affrontare quelli immediati. Ciò significa, oggi, concentrare le risorse nel sostegno al sistema produttivo e alle famiglie con i redditi più fragili di fronte alla tassa dell’inflazione. Ciò di per sé è ovvio, ma è meno ovvia la scelta su come reperire le risorse da dedicare alle priorità individuate. La scelta importante è quella tra nuovo debito e ricomposizione della spesa e delle entrate. Il che significa avere il coraggio e la determinazione sul tagliare ciò che non è essenziale o è rimandabile. Un decennio di “politica dei bonus” offre ampio spazio per reperire risorse riconducendo al tempo stesso a ragionevolezza una politica fiscale deragliata in cerca di facili consensi settoriali. Questa scelta, che si tradurrebbe in una grande prudenza nel programmare deficit in aumento, è importante proprio per il segnale che verrebbe dato. In termini di proiezioni contabili, l’alta inflazione, fino a quando si manterrà superiore al tasso di interesse nominale medio sul debito, contribuirà a far scendere il rapporto debito/Pil. Tuttavia, il livello del deficit programmato, che spesso è altra cosa da quello conseguito ex post, è importante come segnale per la fiducia dei mercati.

Soprattutto è importante se per una data manovra di bilancio destinata a reperire risorse, quale che ne sia l’ammontare, una parte rilevante fosse reperita attraverso contenimenti di spesa e una parte minore attraverso nuovo debito giustificato dall’emergenza. In altri termini, non è la stessa cosa se tutte le risorse addizionali necessarie saranno richieste ai sottoscrittori di debito o se si dimostra che il ricorso al mercato è accompagnato da una politica di bilancio prudente e che guarda anche oltre l’immediato. La proporzione tra le due fonti di risorse addizionali è importante quanto i loro livelli. È un problema di “percezione” che si vuole dare del governo dell’economia e di come ci si presenta forti di un controllo della nostra finanza pubblica. L’importanza di questa “percezione” esterna è determinante non solo per i mercati, ma anche perché l’Italia ha di fronte un negoziato complesso dagli esiti incerti con gli altri Paesi europei per definire le nuove regole fiscali europee e le politiche comunitarie da adottare
in molti campi e, non ultimo, l’orientamento della politica monetaria della Bce che, tra i vari elementi a cui guarda, considera anche con attenzione le politiche di bilancio nazionali dei maggiori Paesi europei, tra i quali soprattutto quelle dei Paesi più indebitati.

Il parlamento sembra aver raggiunto un accordo di massima sulla legge delega per la riforma fiscale. Il punto più condiviso è quello che riguarda la necessità di ridurre la pressione fiscale diretta, cioè l’Irpef, sulle classi di reddito medio basse. Ma per ciò che riguarda la dimensione possibile di questa riduzione, un tema che sembra dimenticato nel dibattito è quello del possibile spostamento del prelievo dalle imposte dirette (Irpef) alle imposte indirette (Iva), cioè dai redditi dei fattori produttivi, che nel caso dell’Irpef sono sostanzialmente i redditi da lavoro, oltre che da pensioni, alla tassazione dei consumi. Il ministro Tremonti definiva questo spostamento “dalle persone alle cose”. Una dimenticanza che è molto strana perché, in un periodo di europeismo condiviso, si elude proprio una raccomandazione tradizionale della Commissione europea. Una raccomandazione il cui fondamento sta nel fatto che questo spostamento del prelievo favorisce la crescita a parità di pressione fiscale complessiva. La ragione è che si ridurrebbe il cuneo fiscale, che entra nei costi di produzione, determinando un aumento delle remunerazioni al netto delle tasse. Ma questo spostamento di prelievo sarebbe anche utile alla crescita perché determina una “svalutazione fiscale”, poiché l’Iva non grava sulle esportazioni, mentre colpisce i consumi di beni e servizi importati in egual misura rispetto a quelli prodotti sul territorio nazionale. In tal modo si recupera competitività internazionale. Non è un caso, inoltre, che nell’economia globalizzata, per tassare localmente i profitti delle multinazionali, si stia valutando di prendere come riferimento le loro vendite nei vari Paesi. E anche nelle discussioni sulla tassazione delle ricchezze si mette in rilievo che quelle personali, in vario modo legalmente o non legalmente occultate, si riflettono nel livello di vita dei beneficiari
al momento del consumo.

Il fatto rilevante è che seguire questa strada permetterebbe oggi una riduzione del prelievo Irpef sui redditi medio-bassi doppio o anche triplo rispetto a quello di cui si discute e ciò faciliterebbe la definizione del “metodo” con il quale ridurre in misura percepibile l’imposizione diretta sulle classi di reddito medio e medio-basso. C’è da decidere, infatti, “come” operare la correzione e le sue dimensioni. In altri termini, vi è da una parte il problema di come finanziare la riduzione del prelievo Irpef e dall’altra il problema di definire la struttura del prelievo, il grado di progressività e come applicarla. Su questo secondo punto, il dibattito politico si è concentrato su due possibili alternative ben descritte, come hanno ricordato Paladini e Visco sul Sole del 30 giugno, nell’ottimo rapporto presentato in una audizione al Parlamento dal direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, la professoressa Fabrizia La Pecorella, e ben studiate nello stesso Dipartimento fin dal 2019. La prima alternativa consiste essenzialmente nella riduzione, da 5 a 3, del numero di aliquote applicate per scaglioni di reddito. La seconda ipotesi è quella di passare al cosiddetto modello tedesco, cioè disegnare una curva continua di aliquote marginali, che coinciderebbero sostanzialmente con quelle medie effettive, da applicare per ogni singolo livello di reddito. Avendo già preso posizione su questa rubrica a favore di questa seconda alternativa (15 agosto 2020), ne richiamo i motivi fondamentali. Le maggiori attrattive del modello tedesco risiedono nella sua trasparenza e nella sua flessibilità. Trasparenza perché ogni percettore di reddito saprebbe, senza fare calcoli personali, quale percentuale del suo reddito deve versare allo Stato, che è ben diversa da quella che si legge nella sua aliquota marginale. L’argomento di chi parla di complicazione “algoritmica” o matematica per la determinazione della curva delle aliquote è fuorviante perché il compito del calcolo è dell’amministrazione fiscale, e non è complicato perché basta decidere quale debba essere, mentre al contribuente verrebbe solo comunicata la percentuale effettiva del suo reddito che deve pagare. Quanto alla flessibilità, va considerata da un duplice punto di vista. Permette di decidere in modo mirato i livelli di reddito da beneficiare oggi con una riduzione di prelievo, disegnando con precisione la curva della progressività, ma permette anche con facilità di appiattire progressivamente, in futuro, la curva delle aliquote fino al livello desiderato di reddito. In altri termini, sarebbe facile spostare verso livelli superiori di reddito la progressività del prelievo dettato dalla Costituzione, man mano che l’equilibrio della finanza pubblica lo permetterà e secondo le scelte politiche discrezionali che sono alla base della democrazia. In ogni caso, deciso il metodo, l’importante è ridurre progressivamente in misura significativa la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi. Lo si dice da decenni, almeno da quando l’inflazione alta fece lievitare i redditi nominali, ma non quelli reali, con la conseguenza che le aliquote concepite per redditi medio-alti finirono per colpire anche i medio-bassi. Il dibattito sul fiscal drag, come venne chiamato il fenomeno, fu intenso ma senza effetti rilevanti. La fame di gettito fiscale a fronte di spesa pubblica crescente, purtroppo non per investimenti, ha fino a oggi sempre collocato questa esigenza di correzione del prelievo nella cartella dei buoni propositi.

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