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I tanti volti della strategia di Eni: dalle onde al Nobel dell’energia

Investimenti e progetti

di Celestina Dominelli

La cerimonia di premiazione degli Eni Award 2022 al Quirinale con, al centro, la presidente di Eni, Lucia Calvosa, e l’ad del gruppo, Claudio Descalzi.

3' di lettura

Per capire quanto la ricerca, al servizio della trasformazione tecnologica come snodo irrinunciabile del percorso di transizione energetica, sia centrale nella strategia di Eni, bisogna riavvolgere il nastro fino a inizio ottobre. Quando al Quirinale, alla presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella e dei vertici del gruppo, la presidente Lucia Calvosa e l’ad Claudio Descalzi, si è svolta la cerimonia di premiazione degli Eni Award.

Perché il premio, conosciuto anche come il “Nobel dell’Energia” e considerato un punto di riferimento a livello internazionale per la ricerca nei campi dell’energia e dell’ambiente, sintetizza appieno l’importanza che la ricerca e l’innovazione rivestono per Eni.

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Non a caso, dalla sua istituzione, nel 2008, il riconoscimento ha catalizzato una notevole attenzione al punto che le candidature arrivate sono state più diecimila. Senza contare che la commissione scientifica, chiamata a valutare le ricerche presentate, è composta da scienziati che provengono dai più avanzati istituti di ricerca a livello mondiale e negli anni ha visto la partecipazione di sei premi Nobel.

L’Eni Award rappresenta, dunque, la saldatura perfetta tra il gruppo (che, attraverso questo snodo, valorizza anche i progetti più innovativi sviluppati da suoi ricercatori ed esperti tecnici), il mondo della ricerca e l’intero sistema che gravita attorno all’azienda. Dal momento che, grazie a tale riconoscimento, l’Eni ha rafforzato ulteriormente anche il suo legame con l’Africa, uno dei motori della sua attività, istituendo nel 2017, in occasione del decennale della cerimonia, la sezione “Giovani talenti dell’Africa” che premia i migliori talenti dal continente africano.

Il riconoscimento, però, è solo uno dei tasselli, ancorché tra i più rilevanti, della “macchina” che il gruppo ha messo in piedi alla voce “ricerca e innovazione”. Per la quale Eni ha investito circa 7 miliardi di euro negli ultimi anni e dispone di 1500 ricercatori, sette centri di ricerca e oltre 70 accordi con atenei e istituti di ricerca a livello mondiale. «Ci stiamo trasformando in una società tecnologica che fa della tecnologia una trasformazione industriale», è il mantra che Descalzi va rimarcando.

E, in effetti, quelle parole uno delineano efficacemente il ruolo della ricerca e dell’innovazione tecnologica per il gruppo come strumenti con cui affrontare la complessità delle sfide poste dalla transizione energetica.

E, per fronteggiarle, Eni sta sviluppando tecnologie proprietarie e di discontinuità che, applicate su scala industriale, la rendono competitiva. Come quelle che, negli anni, sono arrivate, sempre nell’ambito degli Eni Award, dai progetti all’avanguardia sviluppati dalle risorse dello stesso gruppo o quelli proposti, attraverso Joule, la Scuola per l’impresa di Eni, da team, sping off universitari e start up che hanno ricevuto, anche quest’anno la menzione speciale Eni Joule for Entrepreneurship.

Accanto a questo, ci sono gli altri poi canali che alimentano l’avanzamento tecnologico di Eni su più fronti, a partire dalle energie rinnovabili: uno degli ambiti principali dell’impegno tecnologico finalizzato ad avere processi industriali low-carbon e ad offrire ai clienti prodotti e servizi decarbonizzati entro il 2050.

E, tra i filoni più consolidati, figura poi quello delle tecnologie già applicate su scala industriale o in impianti pilota: dall’Inertial Sea Wave Energy Converter (Iswec), la soluzione nata dalla collaborazione tra Eni e Wave for Energy, spin off del Politecnico di Torino, in grado di ricavare energia dal moto ondoso e già in funzione al largo di Ravenna, alla tecnologia Ecofining, il “cuore” della bioraffineria, che consente di trasformare cariche di origine biogenica in biocombustibili di elevata qualità e che ha permesso al gruppo di diventare la prima compagnia energetica al mondo a trasformare una raffineria tradizionale come l’impianto di Venezia in una bioraffineria, dalla Ccus (Carbon Capture Utilization and Sequestration, vale a dire la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio) - con il gruppo che investe su tutta la filiera, anche grazie a un software proprietario e alla potenza disponibile nel centro di calcolo Green Data center -, all’impegno nella fusione a confinamento magnetico.

Dove Eni si muove su quattro binari: partecipazione a Cfs, spin out con il Mit, per accelerare l’industrializzazione del processo; collaborazione scientifica con lo stesso istituto; partecipazione al progetto Dtt di Enea per l’ingegnerizzazione e la costruzione di un divertore dedicato alla sperimentazione della fusione a confinamento; e, infine, collaborazioni con altre eccellenze italiane, come il Cnr.

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