falchi & colombe

I target della Bce e le parole per l’incertezza

di Donato Masciandaro


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3' di lettura

Basteranno ancora una volta solo le parole vincolanti a rendere la politica monetaria europea un valido strumento contro la crescente incertezza macroeconomica? L’annunzio di Mario Draghi del prolungamento di sei mesi della politica ultra-espansiva dei tassi di interesse è una risposta concreta alle critiche di chi accusa la Bce.

L’accusa – sia tra i falchi che tra le colombe – è di non fare abbastanza sul fronte di un rischio di disinflazione prima e recessione poi che potrebbe colpire l’Unione. Ieri il presidente Draghi ha confermato che l’incertezza sulle prospettive di crescita dell’economia europea continua a rappresentare il maggiore punto interrogativo. Il suo permanere ha consigliato l’estensione dell’impegno a mantenere la politica dei bassi tassi di interesse almeno fino alla metà del 2020. I riflettori sono accesi sul rischio di un rallentamento strutturale della crescita dei prezzi al consumo. La disinflazione è un fenomeno a cui si presta estrema attenzione, dopo che durante la Grande crisi essa è stata l’anticamera della deflazione vera e propria. La variazione dei prezzi al consumo che rallenta – disinflazione – per poi divenire negativa – deflazione – è considerata una vera tossina per l’economia, quando si accompagna a un rallentamento anche della crescita della produzione di beni e servizi. Il rischio è che si inneschi una spirale deflazionistica: se la dinamica in caduta dei prezzi effettivi viene incorporata nelle aspettative di inflazione, i consumi e gli investimenti si bloccano, perché sia le famiglie che le imprese trovano conveniente attendere che i prezzi di domani siano più bassi dei prezzi di oggi. Ma se ciò accade, un temporaneo rallentamento della crescita economica può trasformarsi in una severa recessione.

Quindi il rischio deflazionistico va affrontato con una politica preventiva. Ma quale? Le banche centrali hanno due canali per influenzare l’economia: modificare le scelte sulla liquidità; influenzare le aspettative. I due canali devono essere attivati in modo sincronico e coerente, per aumentare le probabilità di successo.

La critica che viene mossa alla Bce è che, apparendo allentato il legame tra azione, aspettative e prezzi, occorrerebbe una “scossa”. Oggi l’obiettivo della Bce è un andamento dei prezzi al consumo che nel medio periodo sia sotto, ma vicino, a un tasso di crescita del 2 per cento. Ma quale dovrebbe essere la “scossa”?

Da un lato, ci sono i falchi, convinti che ogni ulteriore accentuazione dell’atteggiamento espansivo della politica monetaria sarebbe inutile, anzi controproducente: confermerebbe le difficoltà della Bce, spingendo le aspettative nella direzione opposta a quella desiderata; avrebbe un effetto depressivo, invece che espansivo. Per evitare tale effetto indesiderato, l’unica modifica che la Bce potrebbe mettere in atto è chiarire cosa si intende per medio periodo, indicando un orizzonte temporale più ampio di quello comunemente considerato dei 2-3 anni. L’allungamento dell’orizzonte temporale sancirebbe il fatto che è oramai fisiologico che la variazione dei prezzi al consumo possa essere fisiologicamente inferiore al 2% anche per lunghi archi temporali.

Dall’altro lato, le colombe pensano che invece la reazione della Bce dovrebbe essere proattiva, cambiando l’obiettivo della politica monetaria. La ragione sarebbe quella per cui l’attuale formulazione della politica monetaria ha trasformato un target – il 2% – in un tetto; il tetto del 2% sarebbe oramai incorporato nelle aspettative, e l’anemia dei prezzi al consumo ne rappresenterebbe il risultato finale. Ma come cambiare il target? Qui le proposte sono multiple. Una ipotesi è quella di eliminare il “sotto”, per cui l’obiettivo diventerebbe “intorno al 2%”. Tale modifica indicherebbe che la politica monetaria è “simmetricamente” disponibile a portare il tasso di inflazione anche sopra il 2%, anche solo temporaneamente, di fronte a una inflazione che oggi sembra essere sistematicamente inferiore al 2 per cento. Ma eliminare il “sotto” potrebbe non essere sufficiente. Allora il target dovrebbe essere una inflazione “in media del 2%”: questa formulazione suggerirebbe che l’inflazione può essere maggiore del 2% anche per periodi di tempo prolungati, se si viene – come è oggi – da un prolungato periodo di prezzi bassi.

Per il momento, la Bce è convinta che non sia necessario cambiare il target. Ne è talmente convinta che il tema di una riforma della strategia non è neanche sul tavolo. Al contrario, la simmetria della sua politica monetaria è nei fatti e nelle dichiarazioni. Mario Draghi lo ha ripetuto ieri, dopo averlo già affermato in precedenti occasioni. Le aspettative di inflazione non segnalano un rischio disinflazione, almeno finora. Inoltre, la Bce ha ribadito come l’estensione del periodo dei tassi ultra-bassi non sia affatto un segnale che in futuro i tassi non potranno che salire. Anzi. Dunque, niente modifica della rotta, ma pronti a farlo, in un verso o nell’altro. Simmetricamente, appunto.

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