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I tassi zero zavorrano le banche: i margini giù di mezzo miliardo in sei mesi

di Maximilian Cellino


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3' di lettura

Quasi mezzo miliardo di euro in meno in sei mesi, questo il «dazio» che le maggiori banche italiane hanno pagato nelle prima parte del 2019 all’improvvisa inversione di tendenza delle Banche centrali e al ritorno a politiche monetarie ultra-accomodanti. La cifra emerge confrontando il margine di interesse, la voce di bilancio sulla quale il fenomeno dei rendimenti negativi spiega i maggiori effetti, con quello realizzato nel primo semestre 2018. E si tratta di conto purtroppo provvisorio, visto che con tutta probabilità la Bce si accinge a operare di nuovo sul costo del denaro, riducendolo già a settembre.

Nel complesso, sulla base dei calcoli effettuati da Il Sole 24 Ore spulciando i bilanci semestrali pubblicati dai primi dieci istituti di credito del Paese per capitalizzazione, la voce «incriminata» si è ridotta appunto di 467 milioni di euro rispetto ai 12 mesi precedenti, che equivalgono a una contrazione del 3,4 per cento. Un fenomeno che si lega appunto in gran parte al differente scenario sui rendimenti europei, testimoniato per esempio dal fatto che ormai quasi i due terzi dei titoli di Stato sul mercato hanno tassi negativi. Ma soprattutto accompagnato dalla nuova discesa dei tassi di quell’Euribor a 3 mesi al quale resta indicizzato gran parte dell'attivo delle banche.

In uno scenario del genere guadagnare attraverso l’attività più tradizionale degli istituti di credito, cioè concedere prestiti alla clientela, diventa sempre più difficoltoso. E lo resta anche quando si considera che la stessa Bce ha deciso di venire incontro agli istituti più in difficoltà rinnovando a partire da settembre quelle operazioni di rifinanziamento a condizioni di favore note come T-Ltro. Per tenere a galla i bilanci, che anche in questo semestre hanno pur sempre mostrato segnali incoraggianti, occorre fare leva su altre voci: commissioni e trading, per esempio, oltre naturalmente che sugli utili derivanti da operazioni straordinarie.

Lo spaccato dei singoli istituti sul margine di intermediazione offre un panorama variegato, e se i maggiori effetti si fanno sentire su Intesa Sanpaolo in valori assoluti (-174 milioni) e su Banco Bpm in termini relativi (-13,6%), vi sono altre realtà all’apparenza meno colpite dal fenomeno, con Mediobanca e Credem in grado addirittura di migliorare le proprie performance. A complicare la situazione contribuisce però anche una circostanza della quale non si tiene in genere conto: in un certo senso un effetto collaterale della (positiva) riduzione delle sofferenze.

«Cedendo pacchetti di Npl le banche italiane hanno anche rinunciato a ricavi da interesse non indifferenti», sottolinea infatti Giovanni Razzoli, analista del settore bancario di Equita, facendo notare come nel 2018 dalle posizioni deteriorate gli istituti di credito avessero nonostante tutto ricavato 3,07 miliardi. Risorse queste che mancheranno in parte ai bilanci, visto che al tempo stesso al 30 giugno 2019 l’ammontare totale delle sofferenze si è ridotto di quasi il 30% rispetto a 12 mesi prima, passando secondo le stime di Equita da 149,5 a 106,8 miliardi (e da 67,8 a 49,1 miliardi al netto delle coperture).

Sono però gli sviluppi futuri, più che le risultanze degli ultimi 6 mesi, a destare probabilmente la maggior preoccupazione proprio a causa del cambio di rotta delle Banche centrali. Le «speranze» per un ritorno alla normalità degli Euribor sono infatti evaporate negli ultimi mesi, e se si guarda alle attese dei mercati incorporate nei future ci sono margini per un’ulteriore riduzione dei tassi dal -0,42% attuale fino a sfiorare -0,60% alla fine del prossimo anno, con la prospettiva di restare «sottozero» almeno fino a metà 2025.

Goldman Sachs quantifica del resto in circa 5,6 miliardi di euro il potenziale effetto di un taglio dall’attuale -0,40% a -0,60% del tasso sui depositi da parte della Bce sui profitti aggregati delle 32 banche seguite in Europa, tra le quali figurano anche le italiane UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Ubi e Mps. Preso nel complesso si tratterebbe di un impatto del 6%, che potrebbe ridursi di un terzo se l’Eurotower adottasse un sistema di «penalizzazione» a più livelli (il cosiddetto tiering) come avviene già in Svizzera e Giappone.

Mettendo a fuoco l’Italia si scopre invece che le nostre banche sarebbero le più colpite dopo le tedesche, con un impatto potenziale del 10% sugli utili riducibile a malapena al 9% con il tiering e con conseguenze diverse fra i vari istituti. Ubi (-15%), Banco Bpm (-17%) e soprattutto Mps (-30%) sarebbero infatti relativamente più colpite rispetto alle «big» Intesa Sanpaolo (-7%) e UniCredit (-5%). Sfumature a parte, la situazione per il margine di interesse delle banche italiane (e di quelle europee) è destinata a rimanere grigia a lungo.

Riproduzione riservata ©
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    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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