Societa

I tempi del processo, l’attesa come pena e il ruolo della prescrizione

di Natalino Irti

4' di lettura

Il processo, qualsiasi processo (giudiziario, scientifico, tecnologico), ha in sé, nel suo “procedere”, la dimensione del tempo.

Esso “avanza” di atto in atto, dal principio alla fine, dalla domanda alla risposta. E risposta è, nel campo giuridico, la
decisione del giudice, che distingue fra ragione e torto, fra innocenza e colpevolezza. Entro questa comune identità, si coglie tuttavia la distinzione suprema, che sta prima di ogni altra: nel giudizio civile si agitano, in linea di massima, conflitti di interessi economici; nel giudizio penale, è in
giuoco la libertà individuale. E perciò la misura del tempo acquista una diverso rilievo e riceve una particolare attenzione.

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Questa prospettiva consente di avvertire che il processo giudiziario costituisce di per sé una pena. Già si è detto, e si vuol ribadire, che il processo, come giudizio di uomini su altri uomini, si svolge nel tempo, si scompone in indefinita pluralità di atti, passa di grado in grado, e infine trova conclusione nella sentenza, che non è la “verità”, ma viene considerata come “verità” (pro-veritate accipitur, nell’incisivo latino degli antichi giureconsulti). Nel tempo necessario per raggiungere questa “finzione” di verità – una finzione indispensabile per la convivenza e per riporre il caso
in archivio – un uomo è sottoposto a giudizio, si sente oggetto di ricerca e materia di studio. Il suo passato è ricostruito, osservato, scrutato.

Propriamente giudicata non è una singola azione, un frammento, ma l’intera vita, spogliata, denudata, ridotta a schema, tipizzata in base alla “figura” di ciascun reato.

Non basta “sentirsi innocenti”, poiché il giudizio solleva la domanda sull’innocenza: e già questo interrogarsi scuote l’animo e reca dolore.

Per tutti – innocenti o colpevoli (come li sapremo nell’ora della decisione) – il processo è pena. La grande letteratura ha avvertito, e tradotto in angosciose narrazioni, la sofferenza del processo, questo soggiacere a un potere senza volto e senza nome, a una violenza impersonale, che sovrasta tutti, e di volta in volta sceglie e colpisce singoli “imputati”. Questo è, per usare l’immagine acutissima di Albert Camus, l’«universo del processo», l’universo delle società contemporanee, sempre più sospettose e inquisitorie.

La letteratura, si diceva poco sopra, ha colto la ineluttabile tragicità dell’attesa, il peso di una domanda, che talvolta non si conosce o non si comprende. Il celebre libro di Franz Kafka, Der Prozess, risale al 1925, ed è romanzo di una sofferenza che non si scioglie e di una misteriosa domanda che invano attende risposta. È appena del 2017 il racconto suggestivo di Andrea Salonia, dove già il titolo esprime l’angoscia dell’attesa, Domani, chiameranno domani.

La sofferenza del giudizio è anche tema di un grande studioso di diritto, fra i più eminenti del secolo ventesimo, Francesco Carnelutti. Concludendo il lungo itinerario accademico, che lo vide sulla cattedra di tutte, o quasi tutte, le discipline giuridiche, Carnelutti tenne da ultimo l’insegnamento romano del diritto processuale penale.

Il fascinoso corso di lezioni ha per motivo dominante l’identità tra processo e pena, o, se si preferisce in più semplici parole, il carattere punitivo dello stesso processo. Sapersi giudicati è, già in sé, una pena, una sofferenza che dura nel tempo, e rimane incancellabile nella vita. Anche la sentenza di assoluzione “scioglie” dal reato e dalla sanzione prevista nella legge, ma non cancella, né potrebbe, la sofferenza del giudizio e l’ansia dell’attesa. La pena del processo è stata già “scontata”. Sempre ammoniva Carnelutti che nel processo penale la “res iudicanda è un uomo”, che tutti gli atti – del suo iniziare e svolgersi e concludersi – riguardano un uomo, il quale patisce, dal principio alla fine, la sofferenza del giudizio.

Si suole replicare, da cupi e zelanti accusatori, che hanno in sé, e quindi vedono intorno a sé, un’umanità peccatrice e colpevole; si suole obiettare che tale sofferenza è un costo necessario, e che qualsiasi comunità ha bisogno di conoscere e colpire i fatti criminali: un costo pagato da innocenti e colpevoli, ossia da tutti coloro che un giorno conosceremo autori o non autori di reati. Ma proprio la sofferenza del processo, di questa pena legata a un’incognita, che incombe a tutela di un certo ordine giuridico, vuole di per sé la brevità della durata. Soltanto così la «presunzione di innocenza», enunciata dal secondo comma dell’art. 27 Cost., e la «ragionevole durata del processo» (art. 111, 2° comma), acquistano un senso profondo: l’indagine giudiziaria e la “imputazione” segnano già l’inizio di quella “pena”, di quel soffrire d’attesa, che si scioglierà soltanto con la sentenza “della fine”. Tra l’inizio e la fine si svolge l’angoscia del processo, che è già pena irrogata dal diritto, pena nell’attesa che l’incognita si dischiuda e dia risposta alla domanda. La “prescrizione” cancella l’incognita dal destino di un uomo, e serve a “estinguere”, non solo il reato, ma la paura e la pena del processo. C’è una giustizia del tempo, che domina la esistenza dei singoli individui e la storia degli Stati: ed essa comprende in sé, accanto alla memoria, anche la dimenticanza. Il passato – come avvertiva Nietzsche – non può soffocarci e distruggere le energie della vita, che si esprimono e costituiscono con lo sguardo al presente e al domani. E così si spiegano quelle “amnistie”, concesse allo spegnersi di guerre crudeli, da avveduti uomini di Stato, che conoscono la necessità dell’oblio. Di quell’oblio che restituisce la pace dell’animo e dei popoli.

Questa è la prospettiva integrale in cui il problema della prescrizione va discusso e deciso.

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