L’Analisi

I tempi sono rigidissimi, servono una cabina di regia e poteri commissariali

di Massimo Bordignon

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I tempiper completare i progetti previsti sono rigidissimi: la tabella di marcia ha fissato come termine il 2026


3' di lettura

Che fine ha fatto il Recovey Fund? Arriva, non arriva? E dove spenderemo i soldi? Riusciremo a farlo nei tempi previsti?

Arriva, ma probabilmente in ritardo. La minaccia di veto sul bilancio europeo da parte di Ungheria e Polonia, alla cui approvazione è legata anche quella del Recovery Fund, non è sostenibile a lungo. Anche perché c’è sempre la possibilità che alla fine gli altri paesi, stufi, decidano di proseguire senza di loro, con una cooperazione rafforzata, uno strumento previsto dalla legislazione europea. Questo sarebbe distruttivo per i due paesi, grandi beneficiari delle risorse europee. In più, la partita è esistenziale per l’Unione Europea; cedere ai due paesi sullo stato di diritto, significherebbe concedere ai loro governi autoritari di utilizzare le maggiorate risorse europee senza il controllo di una magistratura indipendente, una ricetta sicura per incentivare la corruzione. Difficile che sia accettabile da parte dagli altri paesi, che poi sono quelli che direttamente o indirettamente finanziano il piano. Il ritardo comunque crea problemi, perché il nostro governo aveva preventivato di sfruttare l’anticipo previsto per impiegare una parte delle risorse del Recovery Fund già nel 2021; vedremo se questo sarà ancora possibile.

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Ma su quali interventi esattamente spenderemo questi soldi quando arriveranno? Non si sa ancora. Dopo un inizio disastroso, quando gruppi di pressioni, territori, categorie e gli stessi ministeri avevano inondato il governo con centinaia di progetti incompatibili tra loro e con i criteri previsti dall’Europa, questo ha deciso di correre ai ripari, di fatto secretando l’attività dei funzionari ministeriali impegnati a predisporre i progetti, sotto la direzione del ministro per gli affari europei (su delega del presidente del consiglio). L’unico documento ufficiale disponibile al momento è rappresentato dalle linee guida che il governo ha predisposto a settembre e poi presentato al Parlamento e a Bruxelles. Le linee specificano i settori di intervento (le sei missioni) e danno un’idea dei criteri che il governo vuole impiegare per selezionare gli interventi e delle riforme per accompagnarli, ma non prendono nessuna decisione specifica in merito.

Ma quali che siano i progetti previsti, riusciremo a completarli nei tempi rigidissimi previsti dall’accordo europeo, cioè entro il 2026? Con le nostre procedure normali, la risposta è quasi certamente negativa. Negli ultimi sette anni siamo riusciti a impegnare solo il 40% dei 40 miliardi previsti nell’ultima programmazione dei fondi strutturali europei; difficile immaginare che riusciamo a spenderne cinque volte tanto in un periodo più ristretto. Una cabina di regia centralizzata, che segua un progetto dalla fase di programmazione a quello di realizzazione, procedure semplificate e poteri commissariali sembrano indispensabili per raggiungere gli obiettivi. Il riferimento alle procedure speciali attivate per la ricostruzione del Ponte di Genova o per l’Expo è immediato. Il governo pare ci stia pensando, ma nessuna decisione precisa in merito è stata ancora presa.

Infine, due considerazioni. Può essere ragionevole che il governo abbia deciso per il momento di tenere le carte coperte, per evitare che una qualunque scelta scateni le proteste delle categorie o dei territori esclusi e metta dunque in discussione un piano che deve avere per forza una sua coerenza interna; ma il gioco non può continuare ancora a lungo. Al contrario, è necessario e auspicabile che sui progetti del Recovery Fund si crei il consenso il più ampio possibile, non solo in parlamento ma anche tra l’opinione pubblica e le rappresentanze economiche e sociali. In un paese in cui i governi durano in media un anno e le legislature finiscono spesso in anticipo, progetti non condivisi rischiano di rimanere oggetto dei diversi appetiti politici, con risultati che in questo caso sarebbero disastrosi. Di nuovo, la ricostruzione del Ponte di Genova, un progetto su cui il consenso è stato unanime, può rappresentare un utile riferimento per la selezione degli interventi.

A questo fine, può anche essere utile spiegare più chiaramente a che cosa serve il Recovery Fund (il cui nome ufficiale, non a caso, è Next Generation-EU). I soldi del piano non sono un regalo, ma prestiti, sebbene a condizioni molto vantaggiose. Perché abbia un senso, per un paese già indebitato fino al collo, accendere ulteriori prestiti, questi devono finanziare interventi in grado di generare in futuro un incremento del reddito, e dunque del gettito tributario sufficiente a ripagarli. Lo scopo del Recovery Fund non è dunque quello di finanziare generici interventi, seppure magari belli e utili, ma solo quei progetti che con maggior probabilità, se accompagnate da riforme appropriate, possono far riprendere al paese un percorso di crescita in linea con quello dei partner europei. La spesa in infrastrutture, sia materiali che immateriali, rappresenta da questo punto di vista la scommessa più convincente.

Professore di economia

alla Cattolica di Milano,

membro European fiscal board

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