alla vigilia del voto parlamentare

I tifosi della Brexit si appellano alla «clausola libertà»

di Angela Manganaro

2' di lettura

Martedì 29 gennaio il parlamento britannico vota di nuovo per il ritiro del Regno Unito dalla Ue. È il secondo e certo non ultimo atto del lungo addio dell’Isola all’Unione. Dopo la traumatica bocciatura dell’accordo fra governo May e Ue il 15 gennaio scorso, è opinione diffusa che il Parlamento abbia preso in mano il destino della Brexit. Domani però non si tratterà di un unico voto, secco, spettacolare, drammatico come quello del 15 gennaio. Si voteranno una serie di emendamenti che dovrebbero portare alla modifica dell’accordo bocciato due settimane fa. Il puzzle non sarà così immediato da comporre ma emergerà subito chiaro il dato politico.

Domani - è opinione di queste ore -si affronteranno due fazioni. Se vince la prima, la Brexit sarà come congelata, se vince la seconda la premier May sarà rispedita a Bruxelles a trattare per rivedere l’accordo. I negoziatori Ue hanno escluso revisioni di alcun tipo ma il discorso pubblico britannico segue un suo copione che poco o nulla ha a che fare con la controparte da cui si vorrebbe divorziare. Si punta sul fatto che anche la Ue ha paura del «no deal», si sfoggia sicumera britannica.

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Quello che occorre registrare oggi è la proposta di Boris Jonhson, leader dei brexiteer ostili alla May e ministro degli esteri dimissionario lo scorso luglio. Quando si tratta di Jonhson bisogna distinguere il pittoresco dalla sostanza. Il leader della Brexit dura sceglie ancora una volta di intervenire sul Daily Telegraph (il giornale dei brexiteer) per fare la sua proposta alla May: ti appoggiamo se tu inserisci nell’accordo una «clausola libertà» (Freedom Clause) che permetterebbe al Regno Unito di disfarsi del backstop (il regime tra le due Irlande che ha fatto saltare il sostegno all’accordo) senza il consenso della Ue.

Se letta alla luce di 18 mesi di negoziati - con tutti i lacci, i vincoli, le trattative, i colloqui, il do ut des, i motivi per cui si è concordata la complicata formula del backstop fra le due Irlande, il tutto confluito in un trattato di uscita di 586 pagine - questa proposta è una pagliacciata.

Se invece non si prende alla lettera e si legge come segnale di apertura, è un dato politico di un certo interesse. Come l’altro leader conservatore pro Brexit Jacob Rees-Mogg prima di lui, Johnson è pronto a votare qualcosa pur di allontanare la possibilità di una «no Brexit» e di non correre il rischio di un rinvio sine die dell’uscita, possibile grazie all’estensione dell’articolo 50 del Trattato che ha dato il via ai negoziati che invece è la strada dell’emendamento della laburista Yvette Cooper.

La reazione di certi esponenti dell’Ukip, il partito eurofobo che ha fatto della Brexit la sua ragione d’esistere, fa pensare davvero che il fronte di Jonhson e compagni si sia ammorbidito: quelli dell’Ukip leggono «Freedom Clause» e gridano alla trappola peggio del «backstop»: non ci sono veri motivi tecnici, è un il grido è una presa d’atto che i capofila breexiter in orgogliosa marcia verso un nuovo Regno libero dalla Ue, si sono un po’ persi per strada.

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