il fronte del quirinale

I timori di Mattarella per un voto in piena sessione di bilancio

La parlamentarizzazione della crisi può far slittare le elezioni a novembre Escluso al momento un governo tecnico. L’ipotesi di un esecutivo di transizione fino alle urne

di Emilia Patta


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3' di lettura

La crisi, vista dal Quirinale, si è fin qui un po’ svolta da sé. Al momento il Capo dello Stato Sergio Mattarella ne ha preso atto, aspettando di esercitare il suo ruolo di arbitro solo a crisi ufficializzata («prima delle consultazioni il Presidente non parlerà», si fa sapere). Prima che Mattarella possa avviare le consultazioni ed eventualmente sciogliere le Camere deve infatti avvenire una delle seguenti due cose: o le dimissioni del premier Giuseppe Conte oppure la parlamentarizzazione della crisi con un voto di sfiducia in Parlamento (la discussione avverrà in Senato). Il premier, ricevuto in mattinata al Colle, ha deciso la seconda strada e Mattarella non può che prenderne atto. E disposti alla parlamentarizzazione della crisi si sono detti anche i presidenti delle Camere (Roberto Fico è salito al Colle, mentre Elisabetta Casellati è stata sondata telefonicamente essendo fuori dalla Capitale), che dovranno convocare i parlamentari in ferie.

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Ma è chiaro - si fa notare dal Quirinale - che la scelta di parlamentarizzare la crisi allunga un po’ i tempi immaginati nelle ultime ore. Per tornare al voto il 13 o il 20 ottobre come si ipotizza in casa leghista, sempre che non emerga una maggioranza alternativa al momento molto improbabile, le Camere dovrebbero essere sciolte entro il 20 agosto. E con tutti i parlamentari già via difficilmente questo potrà accadere: bisogna convocare la capigruppo, che ieri sera ancora non era stata convocata, poi calendarizzare il voto in Aula, poi richiamare i parlamentari in ferie, poi discutere la mozione e votarla. Dopodiché Mattarella dovrà prendersi qualche giorno per le consultazioni. Contando che tra lo scioglimento delle Camere e la data delle elezioni passano di prassi almeno 60 giorni anche per via delle disposizioni per far votare gli italiani all’estero, ecco che si arriva a novembre: le date possibili sono il 10 o il 17. In piena sessione di bilancio, cosa che non può non preoccupare il Quirinale per il rischio fortissimo di esercizio provvisorio con il conseguente aumento dell’Iva per via del mancato congelamento delle clausole di salvaguardia. A meno che la legge di bilancio non sia varata da un governo dimissionario - o da un governo di transizione se la crisi porterà a questa soluzione - e poi votata in piena campagna elettorale da un Parlamento dimissionario.

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Certo, se non c’è maggioranza alternativa si vota anche a novembre, inedito assoluto nella storia repubblicana. E una maggioranza alternativa adesso non c’è: le opposizioni sono troppo divise tra di loro e al loro interno per poter diventare attori politici in questa fase, e la ferma posizione assunta dal segretario del Pd Nicola Zingaretti in favore del ritorno al voto chiude la possibilità di rinverdire lo schema di inizio legislatura di un’alleanza tra Pd e M5s senza la Lega.

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Al momento non sono dunque in agenda tentativi di governi tecnici o di “responsabilità”. Ma fonti parlamentari parlano della possibilità di un governo di transizione, anche di minoranza, solo per gestire le elezioni e magari approntare una manovra light, tesa solo a disinnescare le clausole di salvaguardia, per non correre il rischio di esercizio provvisorio. Ipotesi non in agenda ancora, precisano fonti del Quirinale, ma è chiaro che dipenderà anche dall’evoluzione della crisi. Se ad esempio fossero i pentastellati, come sembra sia già emerso, a chiedere un altro governo perché non vogliono lasciare Salvini a gestire le elezioni dalla postazione calda del Viminale? Una volta sfiduciato, Conte potrebbe anche restare in carica per il disbrigo degli affari correnti. Ma se il principale gruppo parlamentare di maggioranza chiedesse un altro governo il Capo dello Stato non potrebbe non tenerne conto.

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