ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’Italia in Europa

I tre capisaldi della visione politica di Draghi

Far ripartire la crescita significa introdurre riforme per rendere più competitivo ed efficiente il Paese

di Sergio Fabbrini

(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

Viene definito un tecnocrate, ma di tecnocratico ha ben poco. Se si legge il volume che raccoglie gli interventi dell’ultimo decennio («Dieci anni di sfide», Treccani, 2022), ci si rende conto che Mario Draghi ha perseguito una visione politica, oltre ad un’agenda di governo, nell’assolvere il suo ruolo di primo ministro. Una visione politica basata (a me pare) su tre capisaldi.

Primo. L’Italia deve rafforzare la sua crescita di lungo periodo. «Nel 2019, il nostro reddito pro capite era fermo al livello di vent’anni prima. Nello stesso periodo, la produttività totale dei fattori è diminuita di più del 4 per cento (nei vent’anni precedenti), mentre in Germania è aumentata di oltre il 10 per cento e in Francia di quasi il 7 per cento» (p. 86). Senza crescita non può esserci equità e «senza equità l’economia si frantuma in una moltitudine di gruppi di interesse, il bene comune non riesce ad emergere» (p. 255).

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Far ripartire la crescita significa introdurre riforme per rendere più competitivo ed efficiente il Paese. Solamente così si possono attrarre gli investimenti («nel ventennio 1999-2019, gli investimenti totali in Italia sono cresciuti del 66 per cento a fronte del 118 per cento nella zona euro», p. 108) e contrastare l’illegalità (come l’evasione fiscale). Nel 2022, «l'Agenzia delle Entrate-Riscossione conta 1.100 miliardi di euro di crediti residui, cioè non riscossi, pari a oltre il 60 per cento del prodotto interno lordo nazionale – una cifra impressionante» (p. 40). Le crisi dell’ultimo decennio hanno accresciuto i divari tra il Nord e il Sud e le diseguaglianze tra i ceti sociali, ma nessuna strategia redistributiva potrà avere successo se non è accompagnata da una strategia produttiva. Se così è, allora i nostri leader politici dovrebbero dividersi, non già tra chi sostiene la prima e chi la seconda strategia, bensì su combinazioni alternative delle due strategie, da perseguire contestualmente.

Secondo. L’Italia deve rafforzare l’Unione europea (Ue) e l’alleanza transatlantica. Il nostro Paese, infatti, potrà crescere solamente nel contesto di «un’Europa unita, pacifica e prospera» (p. 153). «Dalle illusioni autarchiche del secolo scorso alle pulsioni sovraniste recenti…l’Italia non è mai stata forte quando ha deciso di fare da sola» (p. 30). È nostro interesse rilanciare l’approccio dei padri fondatori dell’Europa integrata i quali «individuarono nel modello sovranazionale l’unico capace di unire gli interessi dei popoli europei e di esercitare influenza su eventi che altrimenti sarebbero stati fuori della loro portata» (p. 57). Le difficoltà a rispondere alle crisi dell’ultimo decennio mostrano come l’Ue non disponga di «strutture politiche (adeguate)», anche se «la consapevolezza che queste siano necessarie cresce rapidamente» (p. 151). Naturalmente, «la legittimazione dell’azione dell’Ue non deriva solo dai risultati, ma richiede anche un adeguato processo democratico in grado di consentire un confronto critico sulle decisioni» (p. 188). Ci vuole un federalismo pragmatico per condividere la sovranità là dove i singoli stati non sono in grado di affrontare le sfide, mentre là dove «i risultati possono essere conseguiti meglio dalle politiche nazionali, (si debbono lasciare) le cose come sono». È astratta la «concezione a somma zero della sovranità…laddove un soggetto perde sovranità e un altro ne guadagna. Al contrario, ponendo al centro le esigenze dei cittadini (…) la somma può essere positiva» (p. 238). Se così è, allora i nostri leader politici dovrebbero dividersi, non già tra chi sostiene l’integrazione europea e chi la sovranità nazionale, bensì su combinazioni alternative dell’una e dell’altra, entrando nel merito delle politiche da co-gestire a Bruxelles e quelle da gestire da soli a Roma (o nelle regioni e nei comuni).

Terzo. L’Italia deve rafforzare l’Eurozona. Il difetto di quest’ultima è di basarsi su un’unica moneta e 19 politiche di bilancio. Questo difetto va corretto attraverso «la creazione di un bilancio europeo» (p.146) con una funzione di stabilizzazione anticiclica, ma anche di produzione di beni pubblici europei che non possono essere generati nazionalmente. L’eurozona deve potere disporre di una indipendente capacità fiscale per affrontare le sfide collettive, senza sottrarre agli stati le risorse per affrontare le sfide specificatamente nazionali. Ogni livello di governo deve avere «i poteri necessari per eseguire con successo i compiti assegnati» (p. 189). Ciò non vale per la politica monetaria dove, invece, l’interesse nazionale si fonde con l’interesse europeo. «I leader che hanno saputo guardare oltre la prospettiva nazionale…e hanno riconosciuto la prospettiva dell’area dell’euro, spiegandola ai loro concittadini, hanno fornito un baluardo fondamentale per l’indipendenza» della Bce (p. 153). Se così è, allora i nostri leader politici dovrebbero dividersi, non già tra chi considera irreversibile l’euro e chi lo ritiene reversibile, bensì su combinazioni alternative di strumenti fiscali nazionali e sovranazionali, così da bilanciare la politica monetaria e rispondere alle esigenze economiche del Paese.

Insomma, gli interventi di Draghi sono una celebrazione dell’azione politica, non già della soluzione tecnocratica. Un’azione politica che sarà tanto più efficace quanto più condivisi sono i capisaldi dell'interesse nazionale. Come tutte le visioni politiche, anche quella di Draghi ha i suoi limiti. Tuttavia, essa contribuisce a definire lo spazio concettuale entro cui i nostri leader politici dovrebbero confrontarsi. Lasciando (se possibile) le chiacchiere nel cassetto.

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