Il libro di Nicola Di Molfetta

I “troppi avvocati”, la tesi di Calamandrei e lo sguardo sul futuro

di Marco Ventoruzzo

3' di lettura

In un periodo di serrata discussione sul ruolo dell'avvocatura, è meritoria la ripubblicazione, a cento anni esatti, del celebre saggio di Piero Calamandrei del 1921 intitolato «Troppi Avvocati!», al quale si affianca un volume di Nicola Di Molfetta che offre una lettura contemporanea di queste antiche questioni. Il libro di Di Molfetta è prezioso per conoscere le dinamiche di un'industria, quale quella dei servizi legali, importante economicamente e fondamentale per il buon funzionamento della società. Si tratta di una vera e propria inchiesta ricca di dati pressoché introvabili in forma così completa e contestualizzata, che si concentra sull'Italia ma tenendo conto di quello che succede all'estero, e contiene spunti e idee concrete sia di riforma che su come affrontare i cambiamenti. Racconta aneddoti istruttivi, con stile accattivante. Sebbene l'autore, con umiltà, dichiara il suo timore nell'accostare la sua trattazione a quella brillante e autorevole di Calamandrei, il risultato non sfigura. D'altronde Di Molfetta – giornalista e non giurista, il che gli conferisce il giusto distacco – da anni si occupa, in vari modi, del mondo delle professioni legali.
Si parte da due considerazioni.

Da un lato, l'eterogeneità della categoria degli avvocati, che però dall'esterno è percepita come monolitica. Dall'altro, la duplice natura dell'avvocatura: professione privata svolta sempre più con metodi e approcci imprenditoriali, che però presenta anche una funzione pubblicistica. Ne emerge un quadro dissonante: a fronte dell'innegabile e forse inspiegabile (almeno con la sola razionalità economica) aumento degli avvocati, si assiste simultaneamente, negli ultimi decenni, a una riduzione drastica dei redditi medi – impressionanti i dati –, ma anche a grande variabilità dei compiti e dei compensi, con l'emergere di realtà organizzate e specializzate molto lontane dall'immagine classica dell’avvocato. Lidea centrale è dunque questa: forse gli avvocati sono troppi, ma il punto non è tanto e solo il loro numero, bensì – come chiarisce il titolo – di “quali avvocati” vi è bisogno, dove la professione può ancora dare soddisfazioni e come può svolgere un ruolo utile.

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Si ripercorre così l'evoluzione delle regole che governano la professione in particolare negli ultimi quarant'anni e delle tante riforme mancate o realizzate solo in parte (con gustosi retroscena), mettendola però in parallelo all'evoluzione della realtà operativa, spesso in tensione col quadro normativo. Ma lo sguardo dell'autore si spinge verso il futuro, e la sua preoccupazione di fondo è quella di fornire possibili suggerimenti. Quattro sono le partite da giocare secondo Di Molfetta: specializzazione settoriale; a questa consegue quasi inevitabilmente la necessità di associare professionisti con diverse competenze, anche con formule del tutto nuove di cui racconta (interessante il caso di uno studio organizzato come società benefit); capacità di padroneggiare le nuove tecnologie sulle quali descrive casi reali di grande innovazione; approccio nuovo alla comunicazione e al marketing che, senza snobismi, non solo sono ormai necessari ma che, se ben gestiti, possono anche contribuire alla trasparenza del settore. Così sintetizzate, le ricette possono apparire note, ma il valore aggiunto della trattazione sta nei dettagli, esempi e specifici spunti raccolti e sistematizzati, che meritano un'attenta lettura. L'analisi copre anche molto altro: dall'esame di stato alla pratica forense, dal mutato ruolo degli uffici legali interni delle imprese all'internazionalizzazione.

Alla formazione universitaria è, per scelta, dedicato meno spazio, ma in certo modo la diagnosi e la cura si riflettono proprio sugli anni dell'università. Qui, allora, aggiungo questo. Se è vero che sono nate troppe facoltà di giurisprudenza, che spesso illudono sugli sbocchi, dall'altro una formazione rigorosa, che sappia porre i semi di quell'innovazione che possono maturare solo nel mondo del lavoro senza però fare sconti sulle competenze distintive del giurista, consente sempre buone prospettive. L'Università deve però fare la propria parte ed essere selettiva: senza elitismi, valorizzando merito ed equità, consapevole però del rischio che università “di massa” – spesso giustificata da interessi locali non degli studenti – può significare disoccupazione e precariato di massa.

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