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I tweet di Trump fanno paura al mercato. Solo se parlano di dazi

La Federal Reserve, e in particolare il suo presidente James Powell, sono più volte finiti nel mirino dell’inquilino della Casa Bianca, eppure il mercato pare non aver preso troppo sul serio gli attacchi lanciati all’indipendenza stessa della Banca centrale Usa. Lo spiega uno studio di Goldman Sachs

di Maximilian Cellino

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2' di lettura

Chi ha paura dei tweet con cui Donald Trump inonda in continuazione la rete? La Federal Reserve, e in particolare il suo presidente James Powell, sono più volte finiti nel mirino dell’inquilino della Casa Bianca, eppure il mercato pare non aver preso troppo sul serio gli attacchi lanciati all’indipendenza stessa della Banca centrale Usa. A dimostrarlo sono le reazioni tutto sommato contenute e statisticamente poco significative registrate in questi casi dai future sui Fed Funds, i tassi Usa, che invece si sono mossi, eccome, quando le esternazioni hanno riguardato il tema dei dazi.

Alcuni studi accademici avevano in realtà evidenziato una relazione rilevante fra le Trump-esternazioni e le attese sui tassi Usa, ma uno studio di Goldman Sachs corregge appunto in parte il tiro: isolando le reazioni nella mezz’ora successiva alla pubblicazione di messaggi con cui si punta il dito sulla Fed e sulla sua guida, accusata di non fare come la Bce e di non ridurre a zero il costo del denaro, da quelli in cui si innesca una reazione indiretta condizionando invece le previsioni sull’economia.

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«I nostri risultati mostrano soltanto prove deboli per l’idea che il mercato cambi aspettative di politica monetaria in risposta ai tweet presidenziali che criticano la Fed», sostiene Jan Hatzius, capoeconomista di Goldman Sachs, facendo notare come in questo caso gli scostamenti (negli ordini di pochi centesimi) non siano significativamente diversi da quelli che avvengono di consueto sul mercato dei future e come soprattutto l’impatto complessivo di tutti questi messaggi ammonti nel corso dell’ultimo anno ad appena 10 punti base.

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Diversa è invece la situazione che si crea quando Trump minaccia in via diretta o indiretta l’imposizione di dazi commerciali. «In questo caso - aggiunge Hatzius - le mosse sui mercati risultano statisticamente significative e l’impatto cumulativo risulta di circa -40 punti base in generale e addirittura di -60 punti base quando ci si concentra sui soli tweet che indicano un’escalation sul tema tariffe».

L’interpretazione di fondo è semplice: gli investitori non sembrano dare tanta importanza al presidente Usa quando minaccia l’indipendenza della Fed, portati forse a credere al motto che recita «can che abbaia non morde», ma gli prestano molta più attenzione quando rischia di incidere sulle prospettive macroeconomiche, e quindi di spingere la Banca centrale a prendere mosse più espansive: un effetto indiretto.

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    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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