La questione Bruxelles-Varsavia

I valori dell’Europa negano il patriottismo costituzionale

di Oreste Pollicino

(Grecaud Paul - stock.adobe.com)

3' di lettura

La Commissione europea ha aperto ieri una procedura di infrazione nei confronti della Polonia a causa di una giurisprudenza della Corte costituzionale locale che mette in discussione alcuni princìpi fondanti del processo di integrazione europea. Una Corte costituzionale ormai ridotta, a seguito degli interventi a gamba tesa del governo sui procedimenti di nomina e di composizione della stessa, a una grottesca caricatura di quel modello di indipendenza e imparzialità che dovrebbe caratterizzare il giudice, anche costituzionale.

La giurisprudenza in questione nega uno dei cardini dell’ordinamento dell’Unione, vale a dire l’accettazione del primato, da parte degli Stati membri, del diritto europeo sulla normativa, anche costituzionale (fatti salvi i princìpi inviolabili) degli Stati membri. Vi è invece, nella giurisprudenza richiamata della Corte polacca, un’esaltazione della costituzione nazionale quale norma suprema e invincibile, in forza di un patriottismo costituzionale e identitario, che si scontra con i valori fondanti dell’Unione europea. Non è un caso che il commissario Gentiloni, dando notizia dell’apertura della procedura, abbia sottolineato il fatto che l’Unione europea è «una comunità di valori fondata sul diritto e i diritti degli europei devono essere protetti a prescindere da dove vivano». La Commissione europea, aprendo la procedura di infrazione, manda un segnale molte forte agli Stati che, pur parte formalmente dell’Ue, stanno prendendo le distanze da quel terreno valoriale comune su cui si poggia la costruzione del progetto europeo.

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Perché la negazione, da parte di una Corte costituzionale nazionale, del primato del diritto europeo sul diritto interno, affermando la radicale superiorità della costituzione, è un attacco frontale all’Europa intesa come comunità di valori?

Perché è stata proprio l’accettazione da parte delle Corti costituzionali nazionali del primato del diritto dell’Unione rispetto al diritto interno che ha permesso il passaggio, descritto in una bella immagine in uno scritto recente dell’Avvocato generale Giovanni Pitruzzella, dall’Europa delle origini, quella del mercato, all’Europa dei diritti prima e a una Comunità di valori dopo. Non è stato un processo di accettazione facile. Alla fine, però ha portato, per dirla con uno dei massimi esperti della materia come Joseph Weiler, a un’attitudine condivisa di tolleranza costituzionale e di auto-limitazione sia della propria sovranità sia della superiorità radicale della propria costituzione a favore di un’applicazione uniforme dei princìpi e delle regole dei Trattati.

Non è la prima volta che tali princìpi vengono messi in discussione. Questa volta, però sta avvenendo in modo molto più preoccupante, sancendo l’incompatibilità con la Costituzione di una norma fondamentale del Trattato europeo, come quella che prevede l’obbligo degli Stati di «assicurare una tutela giurisdizionale effettiva nei settori disciplinati dal diritto dell’Unione». Si tratta di uno dei capisaldi della rule of law, uno dei princìpi fondanti di quella comunità valoriale alla base del processo costituente europeo.

Si aggiunga che si tratta di uno scontro in nome di un patriottismo costituzionale radicale e a forte vocazione populistica che va contestualizzato all’interno di un quadro istituzionale interno in cui è lo stesso principio di separazione dei poteri che sembra non essere più rispettato. La Corte costituzionale e gran parte del sistema giudiziario in Polonia risentono di gravissime ed indebite ingerenze da parte di quest’ultimo. Non è un caso che la risposta governativa polacca alla notizia della procedura di infrazione sia stata quella di «un attacco alla Costituzione polacca e alla nostra sovranità».

Ovviamente si tratta dell’esatto contrario: è un atto di difesa da parte dell’Unione di quei valori fondanti che costituiscono la base unificante il progetto di costruzione europea. E se destinatario formale è la Polonia, implicitamente la Commissione si sta rivolgendo a tutti i Paesi dell’Unione, anche a quelli caratterizzati da solide basi democratiche. E non solo perché il contagio illiberale, in una stagione pandemica, non può mai essere escluso. Vi è anche una speciale responsabilità, in capo alle Corti costituzionali più autorevoli e influenti in Europa, a evitare un linguaggio, come quello fondato sull’identità nazionale, che può essere manipolato da giudici assai meno indipendenti, come quelli polacchi.

Mentre la Corte costituzionale italiana sembra aver percepito questa speciale responsabilità, quella tedesca continua a utilizzare un linguaggio a forti componenti identitarie, facile da prendere manipolativamente in prestito, come la giurisprudenza recente delle corte polacca, ma anche ungherese, dimostra.

La differenza tra buoni e cattivi maestri passa anche di qui.

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