verso il nuovo esecutivo

I veleni del caso Selmayr sulla Commissione europea

di Giuseppe Chiellino


L’Europarlamento torna a chiedere le dimissioni di Martin Selmayr

2' di lettura

C’è a Bruxelles un’eminenza grigia che ha fatto molto parlare di sé l’anno scorso quando, con un’operazione lampo, spregiudicata e incurante della più elementare grammatica istituzionale, riuscì a piazzarsi in cima alla gerarchia comunitaria. È Martin Selmayr, 49enne tedesco dai modi spicci e abile nel piegare le regole secondo il proprio tornaconto, allora capo di gabinetto del presidente Jean-Claude Juncker e già molto temuto.

Con la complicità dello stesso Juncker e del membro tedesco, Günter Oettinger, responsabile del personale dell’esecutivo Ue oltre che del bilancio, il 21 febbraio 2018 con una finta procedura riuscì a farsi nominare segretario generale della Commissione, capo assoluto dell’intera struttura. Con poteri smisurati sulle carriere di 30mila persone, e grazie al sistema di potere costruito intorno a sé, in grado di condizionare le decisioni più delicate. Le metafore si sprecarono: Richelieu, House of Cards e via di questo passo. In un clima di veleni, il Parlamento intervenne subito, condannando a più riprese il blitz e chiedendo le dimissioni immediate di Selmayr. Ma lui non ha mai fatto una piega. Anzi, ha partecipato alla stesura delle risposte che la Commissione inviava al Parlamento, con un conflitto d’interessi che solo Juncker non ha voluto vedere.

Un colpo durissimo alla credibilità delle istituzioni europee
Non amato nel suo Paese ma abilissimo nel tutelarne gli interessi, ha inferto un colpo durissimo alla credibilità della Commissione, di cui Juncker è stato un capo debole e assente: troppo spesso ha delegato a Selmayr. «Il presidente vuole così» diceva, Juncker assente, per imporre una decisione. Arrivava a “schermare” anche i contatti con i governi dei Paesi più piccoli. Nell’avvicendamento il segretario generale è l’anello di congiunzione tra vecchio e nuovo esecutivo. Il nuovo presidente però può sostituirlo, con nuove procedure più trasparenti. È una decisione indispensabile per ridare all’istituzione la credibilità che merita. Se resta al suo posto il rischio è che sia ancora lui il vero presidente, come è stato con Juncker. Consapevole del rischio che corre, da tempo lavora alla exit-strategy, ritagliandosi un ruolo centrale nella gestione di Brexit: anche questo sarebbe inaccettabile.

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