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I vescovi italiani eleggono il nuovo presidente. Oggi il Papa parla alla Cei

di Carlo Marroni

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5' di lettura

La Chiesa Italiana rinnova il suo “vertice”. Dopo dieci anni di presidenza della Cei del cardinale Angelo Bagnasco – che nel 2007 fu designato a sostituire il lunghissimo governo di Camillo Ruini – i vescovi italiani da oggi sono chiamati a eleggere il loro presidente per il prossimo quinquennio, o per un periodo più lungo. E lo faranno con le nuove regole decise tre anni fa dall’assemblea stessa su ripetuta sollecitazione di Papa Francesco, che chiese di modificare la “anomalia” italiana che dal 1952 prevedeva che fosse il Pontefice a nominare il presidente – il forza del suo speciale legame con la Chiesa italiana, di cui è Primate in quanto Vescovo di Roma – e non che fosse eletto direttamente dalla base episcopale, come accade nel resto del mondo. Ma i vescovi italiani, non senza ritardi e resistenze, hanno scelto una prudente via intermedia, decidendo di votare una terna di nomi all’interno della quale il Papa sceglierà il presidente: Francesco non fu entusiasta di questa scelta, ma l’accettò e ora deve essere applicata. Bagnasco è rimasto al suo posto e ha così concluso il mandato, affiancato dal segretario generale Nunzio Galantino, nominato da Bergoglio a fine 2013, prima ad interim, e poi confermato per cinque anni (non potrà per ora concorrere per la presidenza della Cei in quanto non è vescovo “residenziale” di una diocesi).

Da domani il voto sulla “terna”
Oggi quindi si apre l’assemblea annuale della Cei nell’Aula Nuova del Sinodo, adiacente la grande Sala Nervi, con il discorso del Papa, cui seguirà un suo dialogo di domande e risposte, a porte chiuse. Una tradizione, questa, avviata da Francesco sin dalla sua elezione, che ha prodotto un tipo di dialogo fino ad allora sconosciuto, almeno con questa modalità. All’interno anche di questo confronto diretto emergeranno certamente delle linee-guida alle quali i vescovi - specie quelli nominati da Bergoglio, che sono circa un’ottantina - si ispireranno per il voto, che ci sarà domani mattina: la terna verrà sottoposta immediatamente al Papa, il quale potrà decidere subito, aspettare un po’ o addirittura respingere la terna e chiedere un altro voto se i nomi non saranno da lui ritenuti adeguati al compito.

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La votazione per la presidenza, che avviene quindi per la prima volta nella storia della Cei, prevede una procedura particolare. La mattina del 23 maggio si procede a un voto, dal quale emergeranno i primi tre candidati. Su ciascuno di questi tre nomi, con altrettante votazioni separate, si esprimeranno tutti i membri dell’assemblea: i candidati della terna dovranno ottenere ciascuno una maggioranza assoluta del 50 per cento dei voti, più uno. A quel punto la lista sarà trasmessa a Santa Marta.

La “partita” dei nomi e l’incognita-Bassetti
Sui nomi la partita appare ancora aperta: non è stata condotta una vera campagna elettorale, come era prevedibile, anche se ci sono alcuni vescovi che raccolgono consensi diffusi, sia per la loro esperienza dentro la Cei – per aver ricoperto la carica di vicepresidente, o anche di segretario generale in passato – sia per autorevolezza. I nomi maggiormente ricorrenti sui media (ma anche nelle conversazioni private tra i presuli) sono quelli di Franco Giulio Brambilla, già ausiliare di Milano e da qualche anno vescovo di Novara. Poi ricorre anche quello del cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, già segretario della Conferenza episcopale dal 2001 al 2008, prima con Ruini e poi per un anno con Bagnasco. Per il centro Italia è considerato un nome potenziale anche quello di Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna per nomina di Bergoglio, già ausiliare a Roma, sacerdote di “periferia” con una provenienza dalla Comunità di Sant’Egidio.

Per il Sud – che nel complesso esprime più del 50 per cento delle 226 diocesi italiane – due i vescovi considerati maggiormente accreditati: Francesco Montenegro di Agrigento – nominato cardinale da Francesco, che lo conobbe nel suo storico viaggio a Lampedusa nel 2013 – e Filippo Santoro di Taranto, un passato in Cl e una lunghissima esperienza in Brasile dove è stato anche vescovo ausiliare a Rio de Janeiro (tornato in Italia nel 2011 su nomina di Benedetto XVI).

Infine nelle ultime ore è tornata con forza l’ipotesi dell’arcivescovo di Perugia, Gualtiero Bassetti, toscano di Marradi, molto stimato dal Papa, che lo nominò cardinale nel 2014 con una decisione giudicata clamorosa, visto che era un secolo che nel capoluogo umbro non c’era una “porpora” alla guida della diocesi: da poco ha compiuto 75 anni – età in cui i vescovi per legge canonica danno le dimissioni e vanno in pensione, perlopiù – ma Francesco ha deciso di prorogarlo per cinque anni, e quindi potrebbe rientrare nella terna per la Cei, se sarà votato. Ma tuttavia è da mettere in conto che possa arrivare una vera sorpresa, che ai tempi di Francesco è sempre più plausibile.

La nuova stagione della chiesa italiana
In questo quadro va poi considerato un fattore di cambiamento sostanziale per la Conferenza Episcopale. In questi anni il tradizionale peso della Cei nella politica italiana è molto cambiato, ed è rientrato dentro perimetri “fisiologici”. Vari i fattori. Il primo e più importante è dovuto all’avvento di Francesco, che ha imposto una diversa trattazione dei valori “non negoziabili” - vita e famiglia - che erano la bandiera dell’interventismo episcopale, specie in epoca di Ruini. «Io non mi immischio», disse un anno e mezzo fa riguardo alla legge sulle unioni civili, e questa linea alla fine ha riguardato anche i pastori, chiamati a intervenire più su altri campi (poveri, migranti, giovani) che non sui rapporti con ministri e politici. Certo, la Cei ha sempre detta la sua - fino al ddl sul fine vita - ma da tempo lo fa con modalità pubbliche più “pastorali”, in linea con il volere del Papa e con il mutato clima anche con la politica italiana. Il tramonto della destra neo-devota di ispirazione berlusconiana - allora in stretto collegamento con la Cei di Ruini - e il ritorno del centrosinistra al governo dal 2013, in particolare con primi ministri di personale formazione cattolica, ha rotto da tempo questo legame di “scambio”, culminato nel 2005 con il referendum sulla procreazione assistita e con il Family Day del 2007, che aprì in qualche modo la strada alla crisi del governo Prodi del 2008. Ora, con l’elezione del nuovo presidente della Cei quella stagione - che pure con Bagnasco aveva visto un deciso cambiamento, in scontro anche con la Segreteria di Stato di Tarcisio Bertone- dovrebbe essere definitivamente chiusa. Un ultimo fattore di cambiamento nella chiesa italiana (che ha visto tra l’altro con Francesco la fine degli automatismi di nomine cardinalizie nelle sedi importanti, come accaduto per Venezia, Torino, Bologna e Palermo) di cui tenere conto è l’imminente nomina di due arcivescovi (per loro la porpora è da considerarsi scontata) a Milano e Roma, in sostituzione di Angelo Scola e del Vicario Agostino Vallini: anche in questi casi il Papa è molto probabile che si orienti su nomi non altisonanti e tantomeno di Curia Romana, ma su dei pastori vicini alla base dei sacerdoti e dei fedeli.

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