settore vitivinicolo

I vini nazionali alla ricerca di uno standard comune per la sostenibilità

di Giorgio dell'Orefice


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(Fotolia)

3' di lettura

Un unico standard nazionale per garantire la sostenibilità nel settore vitivinicolo. E' il progetto al quale sta lavorando il ministero delle Politiche agricole dove si è insediato un gruppo di lavoro rappresentativo di tutta la filiera. L'obiettivo di fondo è quello di giungere a una sintesi dei principali sistemi oggi in vigore rendendo poi fruibile a tutti i produttori una certificazione in grado di garantire la sostenibilità lungo tutta la filiera dal vigneto fino allo scaffale.
Il vino sostenibile è ormai una realtà che va oltre la certificazione biologica e si rifà a pratiche che riguardano uno sviluppo fondato su 4 fattori interdipendenti: tutela dell'ambiente, crescita economica, sviluppo sociale e culturale.
E (almeno) 4 sono i principali standard diffusi in Italia, due sono di derivazione pubblica e due sono invece realizzati da organismi privati.

Del primo gruppo fanno parte il sistema SQN messo in piedi dal ministero delle Politiche agricole che certifica l'intera fase agricola ed è contrassegnato dal logo dell'Ape (ed è quello ad esempio utilizzato dal Gruppo Mezzocorona) e il sistema VIVA (fondato su schemi Oiv, Organization internationale de la vigne et du vin), promosso dal ministero dell'Ambiente e che prende in considerazione anche la fase di trasformazione dell'uva in vino.
A questi se ne aggiungono almeno altri due realizzati da privati e cioè il sistema Equalitas (realizzato da Federdoc) e infine TERGEO messo in piedi dall'Unione italiana vini.

Almeno questo è il gruppo di standard allo studio del tavolo di lavoro insediato presso il Mipaaft. Ma è noto che tra le pratiche diffuse ce ne sono diverse altre. Ci sono ad esempio aziende di medio-grande dimensione come le toscane Castello Banfi o Ruffino (che fa capo alla multinazionale Constellation Brands) che hanno già realizzato documenti complessi come il Bilancio di sostenibilità. Uno strumento che davvero analizza tutti gli aspetti della vita di un'azienda e ne certifica (attraverso un ente esterno) la sostenibilità.
Oltre a queste due esperienze che vanno anche oltre il semplice concetto di sostenibilità ce ne sono svariate altre frutto di altre tipologie di standard e di certificazioni.

“Il nostro obiettivo – spiega il capodipartimento del Mipaaft, Giuseppe Blasi – è far convergere i vari schemi su un'unica regola di certificazione valorizzabile poi sul mercato”. A giudizio del Mipaaft il percorso avviato vanta solide basi di riferimento perché si fonda sul fascicolo aziendale Pac e sui disciplinari di produzione integrata utilizzati dalle Regioni per la concessione degli aiuti agroambientali. Due aspetti che garantiscono costi contenuti e accessibilità ad un ampio numero di operatori.

“Tutti sappiamo – aggiunge Blasi - che la sostenibilità sarà un tema centrale della prossima riforma della Pac. E questo implica con ogni probabilità che in futuro le eventuali risorse da spendere in ambito agricolo saranno subordinate al rispetto di una serie di impegni ambientali che l'adesione ad uno schema di certificazione renderà certamente più facili da verificare. Il punto di riferimento in questo nostro percorso sono le misure agroambientali previste per i Psr (Piani di sviluppo rurale) oppure per l'organizzazione comune di mercato del settore ortofrutticolo. Due riferimenti che già ci pongono a un livello superiore alla semplice condizionalità prevista come ‘conditio sine qua non' dalla precedente riforma per l'accesso ai contributi Ue”.

La certificazione alla quale sta lavorando il Mipaaft sarà una base di partenza per accompagnare un percorso di sostenibilità. ”Penso ad esempio a iniziative per promuovere la messa al bando dei fitofarmaci più impattanti – aggiunge il capo dipartimento del Mipaaft -. Una volta definito uno standard comune, potrebbe essere attivato anche un sostegno specifico, con degli incentivi ad hoc, giustificati dal fatto che rinunciando ad alcuni fitofarmaci, gli agricoltori devono fronteggiare un aggravio di costi per le ulteriori lavorazioni in campo che si renderebbero necessarie. L'obiettivo finale quindi è quello di accompagnare il settore vitivinicolo impegnato nel miglioramento delle performance ambientali a livello dell'intera filiera produttiva. Contiamo di definire e rendere disponibile questi strumenti già per la prossima vendemmia. Il tempo stringe”.

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