Produzione in calo

I vini toscani rallentano la corsa ma la vendemmia è di qualità

Per i grandi rossi stimata una contrazione del 15%. Oltre alle forti giacenze legate all'emergenza Covid la regione è quella che più ha fatto ricorso alla riduzione volontaria delle rese

di Silvia Pieraccini

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La Toscana registra il calo di produzione maggiore: si passa da 2,6 milioni di ettolitri 2019 a 2,2 milioni quest'anno

Per i grandi rossi stimata una contrazione del 15%. Oltre alle forti giacenze legate all'emergenza Covid la regione è quella che più ha fatto ricorso alla riduzione volontaria delle rese


3' di lettura

In Toscana, terra di grandi vini rossi e di forte export (che nel 2019 ha superato per la prima volta la soglia di 1 miliardo di euro), la vendemmia appena conclusa segnerà un calo importante rispetto all’anno scorso, stimato nel -15% da Assoenologi, Unione italiana vini e Ismea. Si passerà dunque da una produzione 2019 di 2,6 milioni di ettolitri a poco più di 2,2 milioni.

La Toscana, insieme con la Sicilia, è la regione che registra la flessione produttiva maggiore, anche se il segno “meno”, questa volta, non porta con sé una valenza negativa e non genera allarme. Per tre motivi. Innanzitutto perché il calo quantitativo è accompagnato da una qualità buona e in alcuni territori addirittura eccellente. In secondo luogo perché all’atto della vendemmia le cantine avevano già forti giacenze di vino a causa dell'emergenza Covid, che ha messo in crisi soprattutto chi esporta e chi vende a hotel, ristoranti e catering, e non avevano grande spazio per i nuovi arrivi. In terzo luogo - ed è questo il punto cruciale - perché il calo produttivo è frutto soprattutto delle misure di riduzione delle rese decise da consorzi e produttori.

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La Toscana è infatti, sempre in tandem con la Sicilia, la regione che più ha utilizzato la “riduzione volontaria delle rese” (soldi in cambio di minor produzione) introdotta dal Governo per tamponare i contraccolpi della crisi Covid ed evitare il brusco calo dei prezzi. Le domande presentate dalle aziende toscane sono state 650, per un totale di 8,3 milioni di contributi richiesti, relativi a 8.890 ettari (su poco più di 55mila in tutta la regione, pari dunque al 16%), di cui quasi 7mila a vini Docg e Doc e il resto a vini Igp.

Nel complesso in Italia la misura di riduzione volontaria delle rese ha fatto flop, con solo 39 milioni impiegati sui 100 che erano stati stanziati. I 61 milioni non utilizzati rimarranno al settore vitivinicolo, prevede il decreto Agosto, per l’esonero straordinario dal versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

Le domande di contributi in Toscana sono arrivate soprattutto dai produttori delle denominazioni Chianti e Chianti classico, le più grandi della regione. La Docg Chianti peraltro ha fatto ricorso anche a un’altra misura (questa obbligatoria) decisa dal consorzio di tutela già nel marzo scorso, la riduzione delle rese potenziali del 20% per non far impennare le giacenze (arrivate a 200mila ettolitri in più rispetto alla media) e non far abbassare i prezzi.

I prezzi, in realtà, in questi mesi sono scesi per quasi tutti i vini, mentre le giacenze stanno aumentando: alla data del 14 ottobre in Toscana sono 3 milioni di ettolitri per i vini Dop (contro i 2,8 milioni del 2019) e 1,38 milioni di ettolitri per i vini Igp (contro 1,15 del 2019).

L’andamento delle vendite differisce molto da azienda ad azienda, a seconda dei canali distributivi. Si salva ad esempio il Chianti, la più grande denominazione della Toscana (700mila ettolitri nel 2020), che è forte nei supermercati (assorbono il 70% delle vendite Italia e l'80% delle vendite estere), canale che ha tirato durante il lockdown e continua a marciare adesso: «Fino a oggi le vendite di Chianti sono in calo solo dell’1,5% proprio grazie al traino della grande distribuzione – spiega il presidente del consorzio Giovanni Busi – che ha portato anche un aumento del prezzo medio allo scaffale. Ma questo trend interessa solo i pochi produttori che vendono in questo canale». Cioè una trentina su 650 imbottigliatori. A conti fatti il calo di fatturato della denominazione Chianti quest’anno oscillerà tra il 20-30%, in linea con tutte le altre della regione. In questo contesto di crisi resta aperto il problema dei rapporti col sistema bancario («Abbiamo bisogno di credito per “passare la nottata” ma nessuno lo capisce, protesta Busi) e della mancanza di nuovi strumenti di finanziamento: il pegno rotativo, cioè il prestito garantito dal vino in cantina introdotto dal decreto Cura Italia e il cui utilizzo era stato annunciato per primo nel luglio scorso dal consorzio del Chianti Classico con Banca Mps, non è ancora partito.

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