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Ici della Chiesa, la Ue in pressing: l’Italia deve recuperare gli arretrati

di Gianni Trovati


Corte Ue: Italia dovrà recuperare Ici non pagata dalla Chiesa

4' di lettura

Bruxelles torna a chiedere al governo italiano di recuperare gli arretrati dell’Ici non pagata da Chiesa ed enti non profit per l’esenzione ad ampio raggio prevista fino al 2011 e bollata dalla commissione come aiuto di Stato. Nella richiesta, di cui Il Sole 24 Ore è entrato in possesso, l’Antitrust Ue guidato da Margrethe Vestager propone anche tre strade alternative per individuare «gli aiuti illegali e incompatibili che vanno recuperati», e che secondo le stime circolate finora potrebbe valere circa fino a 5 miliardi.

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Ma Roma al momento resiste, e nel confronto con la commissione sostiene che l’impossibilità di controllare oggi come sono stati utilizzati gli immobili fra 2006 e 2011 è un ostacolo insormontabile. La questione, per di più, si riapre mentre la Cassazione contesta la legittimità anche delle nuove regole con cui dal 2012 si distinguono gli immobili che devono pagare l’Imu-Tasi da quelli che possono continuare a evitare le imposte locali: regole scritte dal governo Monti proprio per rimediare alla bocciatura Ue sulle norme precedenti. Ma andiamo con ordine. Nel caso degli enti non profit, un panorama che oltre alla Chiesa comprende molta sanità privata e molte scuole paritarie, il discrimine è l’utilizzo degli immobili. Se le attività che li occupano sono «commerciali» l’imposta va pagata, altrimenti no. Ma quali attività sono «commerciali»? I problemi arrivano qui.

Fino al 2011 l’esenzione era praticamente generalizzata, perché bastava che una parte dei locali fosse senza fini commerciali (per esempio la classica cappella in un albergo gestito da un ente religioso) per salvare tutto l’immobile dall’imposta. Il principio non aveva superato il giudizio Ue, che l’aveva bollato come aiuto di Stato perché alleggeriva il carico fiscale di strutture ricettive, scuole e sanità “non profit” rispetto ai concorrenti. L’esecutivo comunitario, però, aveva deciso di soprassedere sugli arretrati, convinto dalle argomentazioni del governo italiano. Ma sul punto è intervenuta la Corte di giustizia, che nel novembre scorso ha sancito come ingiustificato il velo steso sul passato.

La nuova mossa della commissione Ue interviene a questo punto della vicenda. E chiede al governo di dettagliare le «modalità alternative utilizzabili per quantificare l’aiuto da recuperare». Bruxelles ne indica tre: utilizzare le dichiarazioni sull’utilizzo degli spazi presentate dagli enti non profit con la riforma del 2012, imporre a tutti gli interessati un «obbligo di autocertificazione» oppure prevedere un sistema di «controlli in loco tramite gli organi ispettivi». Naturalmente l’Antitrust europeo non chiude la porta a possibili altre strade per misurare gli arretrati da recuperare.

Ma il ministero dell’Economia al momento non ne indica. E insiste sull’impossibilità di riaprire la scatola del passato perché non ci sono gli strumenti per verificare oggi come venissero utilizzati gli immobili in un arco temporale che va da 13 a 9 anni fa (gli anni ancora precedenti sono coperti dalla prescrizione, che si è interrotta nel 2011 con la dichiarazione di illegittimità della vecchia norma). Argomenti che in prima battuta avevano convinto l’Antitrust di Bruxelles: ma non la Corte di Giustizia, che ha imposto all’esecutivo di intervenire dopo che nel 2016 il Tribunale Ue aveva per la prima volta stabilito l’appellabilità delle decisioni della commissione in base all’articolo 263, comma 4 del Trattato.

Proprio per questa ragione è ora inevitabile un’altra mossa europea per imporre al governo italiano di far partire la macchina del recupero. E la palla potrebbe passare ai Comuni. Perché sono loro a incassare l’imposta; e a poter verificare le dichiarazioni. Il tutto accade mentre anche le regole 2012 sono sotto attacco, questa volta domestico, da parte della Cassazione (ordinanza 10124/2019 su cui si veda Il Sole 24 Ore di martedì). Il governo Monti, per superare le obiezioni comunitarie, ha fissato una serie di parametri per individuare le attività «svolte con modalità commerciale» che impongono di pagare Imu e Tasi agli enti non profit proprietari degli immobili. Il punto cruciale è la tariffa chiesta a chi utilizza i servizi: per mantenere l’esenzione, nel caso della scuola deve essere inferiore al costo standard per studente (5.739,17 euro all’anno nella scuola dell’infanzia su su fino ai 6.914,31 euro nelle superiori), mentre negli alberghi il conto non può superare la metà della tariffa media praticata da strutture dello stesso livello nella stessa zona. Nella sanità, invece, basta l’accredito o la convenzione con il servizio nazionale a evitare l’etichetta di «commerciale» e quindi il bollettino di versamento Imu-Tasi.

Ma questi parametri, contesta la Suprema Corte italiana, sono stati fissati con un decreto ministeriale (il n.200 del 2012) che non aveva questo compito, perché avrebbe dovuto indicare solo le modalità per misurare l’imposta negli immobili a utilizzo misto (un po’ commerciale e un po’ no). E anche nel merito sono troppo generosi, perché per esempio nella sanità l’accredito o la convenzione non possono certificare il carattere “non commerciale” del servizio. Il criterio generale deve essere un altro: quando la tariffa è «idonea e funzionale» alla copertura dei costi, l’Imu va pagata. E con questa ordinanza in mano, c’è da scommetterci, molti Comuni torneranno a chiedere il conto bloccato in questi anni.

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