New York

ICP riunisce scuola e museo della fotografia nel Lower East Side

La nuova sede da 30 milioni e la plusvalenza sulla cessione della vecchia ha liberato risorse. Mostre sulla fotografia documentaristica e d’autore

di Sara Dolfi Agostini


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3' di lettura

L' International Centre of Photography (ICP) di New York, baluardo della fotografia impegnata, ha cambiato sede, di nuovo. Nell'estate del 2016 aveva aperto una vetrina sulla Bowery, a poca distanza dal New Museum , con bar e bookshop accessibili a tutti senza biglietto, ma la maggior parte delle gallerie era penalizzata dal piano sotterraneo, e la scuola che accoglie oltre tremila studenti era rimasta in una sede distaccata. Eppure la scelta era stata un ottimo investimento, conclusa in pieno boom immobiliare della zona – che è il fulcro della nuova scena artistica contemporanea newyorkese - e aveva dato nuova visibilità all'istituzione dedicata alla fotografia in un periodo di slancio transmediale e post-fotografico.

L'affare
La nuova sede in Essex Street n.79 resta nel quartiere del Lower East Side, tra Chinatown, gallerie emergenti e moda hipster. ICP ha perso la vetrina su strada ma guadagnato in spazi e adesso potrà ricongiungere le gallerie con la scuola, che nel frattempo conta 3500 studenti. L'affare è stato chiuso a maggio scorso, dopo due anni di trattative: due unità condominiale adiacenti per un valore totale di 30 milioni di dollari, a fronte della sede di 250 Bowery valutata 29 milioni, ma acquistata nel 2015 per 23,5. Nella transazione, ICP ha stipulato anche un mutuo di 13,3 milioni di dollari in modo da finanziare la trasformazione degli spazi in museo e scuola. Un progetto che corona il progressivo spostamento di ICP a sud di Manhattan, dalla casa nell'elegante Upper East Side scelta dal fondatore Cornell Capa nel 1974, alla sede in Midtown del 1999.

Gli scatti all'International Centre of Photography

Gli scatti all'International Centre of Photography

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Le gallerie
Per tutta la giornata del 22 gennaio, ICP ha aperto le porte al quartiere mostrando gli spazi istituzionali rinnovati di 3.700 metri quadri, che offrono finalmente aree dedicate alla collezione permanente - 200mila stampe e materiali della storia della fotografia e 22mila libri e periodici – e a mostre temporanee dedicate a maestri e fotografi in ascesa. Come Tyler Mitchell, classe '95 di casa a Brooklyn, tra i nuovi ritrattisti della cultura black americana. Il suo scatto di Beyoncé per la cover dell'edizione americana di «Vogue» a settembre 2018 ha fatto storia – era la prima volta che a un fotografo black veniva offerto l'onore di scattare la cover – e la National Portrait Gallery dello Smithsonian ha subito acquistato un ritratto della serie, in vendita presso lo studio dell'artista. Non solo, la fama di Mitchell è già arrivata in Europa, con una personale alla casa al Foam Fotografiemuseum di Amsterdam pochi mesi fa e la première del nuovo video «Idyllic Space».
Incorniciate da una balconata con opere della collezione permanente dedicate a voyeurismo, diversità e attivismo politico di pesi massimi della fotografia documentaria come Arnold Eagle, Weegee, Lisette Model, si trovano altre due mostre temporanee, una project-based dedicata a James Coupe e all'opera «Warriors», dove un programma consente l'attualizzazione con tecniche di riconoscimento facciale dell'omonimo film del '79, e l'imperdibile collettiva «CONTACT HIGH: A Visual History of Hip-Hop», un successo annunciato il giorno dell'inaugurazione. Qui la fotografia d'autore – pur presente con nomi del calibro di Gordon Parks e del pop artist marocchino Hassan Hajjaj – cede il passo all'icona, con i primi ritratti di Jay Z, Tupac, Biggie Small, in una cornice curatoriale che include immagini pubbliche e snapshot intime di una piccola comunità di artisti che ha conquistato il mondo della musica internazionale.

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