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Ict, la carenza di componenti frena la crescita delle imprese

Il settore pesa per l’8,2% del fatturato italiano: la pandemia ha contribuito all’accelerazione di alcuni segmenti di specializzazione. Nel manifatturiero un surplus di domanda e ordini già chiusi

di Valeria Zanetti

I big. Il 41% delle attività genera da solo quasi la metà dei ricavi totali, pari a 3,2 miliardi, ed è in mano a 20 aziende che superano i 50 milioni di volume d'affari

4' di lettura

Da tempo incassa crescite anno su anno. La tendenza non si è invertita neppure nel 2020, con lo scoppio della pandemia, che ha piuttosto accelerato lo sviluppo di alcuni segmenti di specializzazione. Nel NordEst il settore dell’Information and communication technologies (Ict) coinvolge 1.264 imprese per un fatturato complessivo di 7,7 miliardi di euro, pari all’8,2% del mercato italiano. Il 41% delle attività genera da solo quasi la metà dei ricavi totali, pari a 3,2 miliardi, ed è in mano a 20 aziende che superano i 50 milioni di volume d’affari. Le realtà sotto i 2,5 milioni di fatturato sono 860 (68%) e producono il 12% dell’aggregato.

A monitorarne l’andamento è la ricerca che ha sviluppato Adacta, realtà di consulenza integrata tax, legal e advisory di Vicenza. Il segmento più importante dell’Ict triveneto riguarda i servizi intangibili: dai software, alle telecomunicazioni, fino al ramo di consulenza e riparazione. Si tratta dell’area a maggior crescita annua (+7,5%) e profittabilità (ebitda medio 15,5%sul fatturato), che riguarda 834 imprese per 3,786 miliardi di ricavi (49% del totale). Segue la manifattura, ovvero la produzione e installazione di supporti hardware, con 253 imprese e fatturati per 2,317 miliardi (30%). Infine, la distribuzione, cioè il commercio all’ingrosso di apparecchiature Ict, core business di 177 aziende, per un volume aggregato di affari di 1,582 miliardi (21%). A soffrire di più durante l’emergenza sanitaria è stato proprio il manifatturiero. «La produzione ha subito i contraccolpi del lockdown che ha imposto la chiusura degli stabilimenti - spiega Paolo Masotti, partner Adacta – Poi il recupero vertiginoso nel 2021, che prosegue anche quest’anno. Il problema oramai è il surplus di domanda. Diversi operatori mi riferiscono di aver già chiuso gli ordini per quest’anno e di essere arrivati a metà 2023». Al blocco della produzione ha fatto seguito il rallentamento della supply chain, mentre la domanda prosegue sostenuta. «I problemi purtroppo riguardano l’approvvigionamento, in particolare dei microchip. Se questa criticità non si fosse manifestata le imprese con questa specializzazione farebbero ancora meglio», aggiunge.

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Sempre nell’anno del Covid, invece, i servizi intangibili hanno marciato su due differenti binari. «Il sistema software ha subito un impatto modesto, mentre l’area consulenza ha dovuto fare i conti con le interruzioni provocate dal lockdown, che ha generato un certo panico, bloccando gli investimenti e rallentando la domanda. A seguire il 2021 è stato un anno ottimo e quest’ultimo semestre sta proseguendo alla stessa maniera», aggiunge Masotti. «La ripresa della domanda è stata sostenuta già dalla seconda metà del 2020: il sistema produttivo per vendere ha dovuto attrezzarsi dal punto di vista informatico in velocità, comprendendo da subito di essere a corto di dotazioni», osserva. Anche in questa fase si sono manifestate due dinamiche. Da una parte le imprese clienti dell’Ict hanno espresso la richiesta massiva di programmi per teleconferenze, cloud, software per il lavoro remoto, prodotte dalle multinazionali internazionali, che non hanno generato ricchezza per le attività dell’informatica e digitale di NordEst. Dall’altra hanno riscontrato la necessità di marciare spedite per sostenere l’interfaccia con il mercato. «In quel periodo gran parte degli operatori hanno dovuto portare online parte della loro attività di business, per assicurarne la continuità. Queste piattaforme sono state prodotte per lo più in Italia e hanno consentito l’attività b2b e b2c, facilitando il rapporto tra imprese e clienti. Il settore alimentare, in particolare le aziende del vino, hanno riconcorso l’innovazione digitale e l’e-commerce, mettendo a segno la crescita nella domanda di servizi più consistente», commenta.

L’andamento del Ict nella macroarea ha avuto ripercussioni anche sull’occupazione, per lo più in crescita. Più precisamente, nel manifatturiero gli organici aumentano del (+1,8%) a quota 9.200 circa. Calano leggermente nel commercio e distribuzione. Ma risalgono in maniera decisa nel segmento dei servizi intangibili, che ha richiesto l’ingresso di 1.600 unità (+6%), portando il numero totale degli addetti delle tre regioni a quota 29mila. Il costo del personale è salito di 83milioni per un volume complessivo di 1,38 miliardi e un costo per addetto si è rivelato il più elevato dell’Ict, pari a circa 48mila euro l’anno.

Infine, la suddivisione per province. Vicenza è al primo posto con 197 aziende (16% del totale) e 1,377 miliardi di ricavi (18% del totale). «Un dato da leggere considerando però che in provincia, a Brendola, ha sede Attiva Spa, il più importante distributore italiano del marchio Apple che rifornisce i punti vendita retail - osserva Masotti - Per il resto le imprese del Vicentino sono quasi tutte specializzate nel manifatturiero». Tolto il volume d’affari di Attiva, che ammonta a circa mezzo miliardo, il territorio cumula ricavi aggregati inferiori alla provincia di Verona, che segue con 159 aziende (13%) e 1,134 miliardi di ricavi (15%) e Trieste, medaglia di bronzo con 34 aziende (3%) e 933 milioni di ricavi (12%). «Nel Veronese, la specializzazione delle Ict si declina sulla produzione di software e servizi per banche e assicurazioni, core business ad esempio di Value transformation services, Cattolica Service e Tecmarket Servizi», fa notare ancora. A scendere, Padova con 223 aziende (18%) e 869 milioni di ricavi (11%); Trento, 82 imprese (6%) e 824 milioni (11%); Bolzano, 79 unità (6%) e 678 milioni (9%). Le altre provincie del Triveneto assommano 490 aziende (39%) con 1,971 miliardi di ricavi (24%).

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