ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùRapporto Cespi-Aspen

Identikit finanziario delle donne migranti: risparmiano tanto ma in banca e in famiglia contano poco

Nonostante i progressi, che pure sono avvenuti nell’arco di un decennio, persiste uno scarto negativo per le donne dell’incidenza di tutti gli indicatori di inclusione finanziaria. Tra donne e uomini c'è un divario che oscilla fra i 2 e i 9 punti percentuali

di Rossella Bocciarelli

3' di lettura

Donne e denaro: un binomio difficile ma necessario per spianare la strada dell’eguaglianza. Lo sa bene Kristalina Georgieva, la nuova numero uno del Fmi, che nei suoi lunghi anni di lavoro alla Banca mondiale ha potuto verificare sul campo come l’accesso al credito e alla finanza tenda sistematicamente a trascurare i segmenti più poveri delle popolazioni. E lo sanno le donne che emigrano, sospese tra il complicato inserimento nel lavoro in un altro paese e la necessità di mantenere il legame con i figli e i familiari rimasti in patria.

Non a caso, l’inclusione finanziaria è uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu e il 3 ottobre discuteranno di come assicurare anche per questa via l’empowerment femminile, in un convegno organizzato a Roma dall'Aspen Institute e dalla Farnesina, la senatrice di Più Europa Emma Bonino e il nuovo ministro delle pari opportunità e della famiglia Elena Bonetti, Magda Bianco (Bankitalia) Marta Dassù (Aspen) e Paola Profeta (Bocconi) insieme a Enrico Giovannini, portavoce dell'Asvis, l'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile.

Loading...

In quell’occasione verrà presentato un rapporto del Cespi sulla situazione delle donne immigrate in Italia secondo il quale nonostante i progressi, che pure sono avvenuti nell’arco di un decennio, persiste uno scarto negativo per le donne dell’incidenza di tutti gli indicatori di inclusione finanziaria. Tra donne e uomini c'è un divario che oscilla fra i 2 e i 9 punti percentuali; in termini di solo accesso al conto corrente risulta titolare di un conto corrente l’83% dei migranti di genere maschile, mentre per le donne la percentuale scende al 60 per cento.

In media, le donne quadagnano il 24% in meno degli uomini. Eppure, le diverse capacità di reddito non influiscono sulla propensione al risparmio, che è pari al 36% sia per uomini che per donne ed è doppia rispetto a quella media dei cittadini italiani. Inoltre, per quel che riguarda lo small business, delle 126.500 imprese a titolarità immigrata titolari di conto corrente, il 32% è intestato a donne mentre le aziende a conduzione femminile rappresentano il 21,5% del totale delle imprese non comunitarie.

Lo studio si avvale dei dati decennali dell'Osservatorio nazionale sui migranti dell'Abi e di un'indagine ad hoc realizzata su un campione di 1.422 migranti di 10 nazionalità. Lo zoom, tuttavia, viene applicato in particolare sulle donne di Filippine, Ucraina, Senegal e Marocco, perché si tratta di comunità che sintetizzano alcune delle principali differenze culturali esistenti fra i gruppi di stranieri non comunitari presenti nel nostro paese. E in alcuni casi le differenze sono forti: per esempio per filippini e ucraini c'è un forte protagonismo femminile nell'immigrazione.

Le donne ucraine, che spesso pagano le conquiste in termini di reddito, risparmio e potere con vere e proprie fratture nell'unità familiare, risultano bancarizzate al 99% contro il 55% dei connazionali maschi. Più equilibrata la realtà filippina: i processi di bancarizzazione riguardano il 68% delle donne e il 67% degli uomini. C'è invece un chiaro ritardo delle donne marocchine rispetto agli uomini (54% contro 70%) che si può attribuire alle relazioni interne alle famiglie e al loro maggior precariato lavorativo. Profondo, infine, è il gap di genere fra i senegalesi, comunità nella quale le donne sono bancarizzate al 20% contro il 61% degli uomini: tra le cause sia l’arrivo posticipato delle mogli rispetto al coniuge, sia la scarsa dimestichezza con le banche e il contesto informale in cui molte donne senegalesi continuano a svolgere il loro lavoro.

In definitiva, conclude il rapporto, le donne in migrazione sono delle attente e abili risparmiatrici, sanno far quadrare il bilancio famigliare e gestiscono il denaro a disposizione della famiglia. Ma la loro precarietà lavorativa e la persistente dipendenza economica da un capo famiglia maschio confinano queste abilità gestionali in un ambito prettamente domestico e sommerso, senza costituire un motivo di avvicinamento a percorsi di inclusione finanziaria.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti