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Identità digitale, percorso a ostacoli per centralizzare l’integrazione

Spid abilita un processo tutto digitale, la Cie ha bisogno di lettori appositi

di Pierangelo Soldavini

(Adobe Stock)

3' di lettura

Lo “Spid Day” organizzato sabato scorso a Saluzzo, nel Cuneese, probabilmente non sarà stato inutile: 26 nuove identità digitali rilasciate a cittadini con età media sui 50 anni grazie all’opera di una squadra di “facilitatori digitali”, nove ragazzi che partecipano a un’iniziativa mirata a supportare l’accesso dei cittadini ai servizi digitali. Ventisei nuove Spid attivate che si vanno ad aggiungere agli oltre 33,3 milioni di cittadini italiani che hanno imparato a utilizzare l’identità digitale unica. Erano poco più di cinque milioni e mezzo a gennaio 2020, alla vigilia dell’emergenza del Covid-19 che ne avrebbe fatto esplodere l’adozione.

Un’esperienza positiva

La loro registrazione non sarà inutile perché, comunque si proceda, quei cittadini hanno imparato ad affrontare le difficoltà della registrazione, si sono impratichiti con i processi digitali e da subito hanno potuto utilizzare Spid per accedere ai servizi pubblici abilitati in maniera semplice e a distanza. Ma non sarà neanche vana perché l’esperienza della soluzione che permette ai cittadini di accedere ai servizi della Pubblica amministrazione con una semplice username e password, così come fanno su qualsiasi sito internet, non potrà essere gettata alle ortiche.

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Anche l’Europa ci impone di andare in questa direzione e quindi tornare indietro non sarà possibile. E non sembra neanche l’intenzione del Governo.

Certo le parole del sottosegretario all’Innovazione tecnologica Alessio Butti hanno acceso la miccia delle polemiche sulle reali intenzioni in merito alla prosecuzione del percorso di digitalizzazione del Paese e hanno generato un clima di confusione. Ma l’intenzione non è quella di rinunciare all’identità digitale, piuttosto di unificarla sotto la forma della carta d’identità elettronica (Cie) con un identity provider unico, il ministero dell’Interno. E con una forma senz’altro più familiare per i cittadini, dal momento che è la versione elettronica delle carte d’identità cartacee tradizionali: un formato digitale che permette di contenere una serie di dati personali, gli stessi di Spid, insieme alle impronte digitali per il riconoscimento biometrico.

Pro e contro della carte d’identità elettronica

Però, come ammette lo stesso Butti, sconta gli stessi limiti del gemello cartaceo: bisogna recarsi fisicamente nella sede del Comune di residenza per ottenerla, pagare 16,79 euro e i tempi sono decisamente lunghi, quando invece oggi il digitale ha abituato al tempo (quasi) reale. Peraltro il supporto fisico della Cie garantisce quella sicurezza di “terzo livello”, che Spid oggi non ha (ma di cui dovrà necessariamente dotarsi).

Per contro la carta di plastica ha un chip abilitato al contactless: come la gran parte delle carte di credito, basta avvicinarla al lettore, senza doverla inserire. Ma la sua fisicità richiede un’infrastruttura di lettori appositi per scaricare i dati, utilizzando un codice Pin e un Puk di supporto. O almeno uno smartphone con un lettore simile a quello che permette di usare il cellulare come carta di credito. E questo rappresenta il vero ostacolo all’utilizzo massivo della Cie, oggi già nelle tasche di oltre 31 milioni di italiani, come identità digitale. Butti ha sottolineato che l’obiettivo è superare queste criticità per abilitarne un uso semplice come Spid.

Un cambio di rotta non semplice

Quello su cui la comunità tecnologica si interroga è il motivo per il quale, dopo aver beneficiato degli effetti positivi dello Spid, che peraltro ha funzionato anche da standardizzazione di linguaggio per la Pubblica amministrazione con il cittadino e le aziende, ora si voglia cambiare rotta centralizzando sulla carta d’identità. Tenendo anche conto che i servizi di Spid sono utilizzati pure dalle aziende per semplificare i loro processi interni.

L’incremento delle identità digitali è anche uno degli obiettivi del Pnrr: la rimessa in discussione dello strumento rischia quindi di finire nel mirino di Bruxelles. Tanto più che l’Unione europea è impegnata in un processo di integrazione delle identità digitali dei cittadini europei in una app unica chiamata a includere carta d’identità, patente, fascicolo sanitario, carriera scolastica e perfino i dati catastali della residenza. L’obiettivo è il 2025 e già si sta lavorando a individuare casi d’uso. Quindi non sono ammessi ritardi.

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