Giù dal lettino

Identità e biologia

“Maschile” e “femminile”, più che categorie assolute, immutabili e mutualmente escludentesi, sono dimensioni costruite dall'esperienza, dalla storia e dalla cultura

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

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“Maschile” e “femminile”, più che categorie assolute, immutabili e mutualmente escludentesi, sono dimensioni costruite dall'esperienza, dalla storia e dalla cultura


3' di lettura

Nell'ultimo mese abbiamo ascoltato dalla voce di uno psichiatra frasi come “Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi” o come “I codici del femminile sono antichissimi, primordiali, siccome il femminile è la base della crescita e dello sviluppo in ogni donna, se il femminile viene soffocato come accade in molte patologie una donna perde la possibilità di realizzare la sua pienezza, la sua identità”, chiosate da “non lo dico io, lo dice la storia della psicoanalisi” (Raffele Morelli al telefono con Michela Murgia, nella trasmissione Tg Zero di Radio Capital); pochi giorni dopo, una legge che si propone di contrastare “la violenza e la discriminazione per motivi legati al sesso, al genere, all'orientamento sessuale e all'identità di genere” viene presa di mira da una lettera aperta firmata da diverse donne di Se Non Ora Quando - Libere, per l'uso del termine “identità di genere”, che secondo le firmatarie cancellerebbe la “realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili”.

Le prese di distanza

Da questa lettera, molte voci di donne hanno preso le distanze, si vedano per esempio il testo a più voci “lesbiche, femministe, transfemministe” apparso sul Manifesto o l'articolo di Lea Melandri sul Riformista.

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Biologismo

Dobbiamo prendere atto che, anche da pulpiti tra loro molto diversi, soffia ancora forte un vento di biologismo per cui il genere viene trasfigurato nel fantasma del gender, nominato in inglese, come se fosse un concetto esotico, importato, imposto. Francesca Izzo, una delle firmatarie della lettera di SNOQ, in un'intervista a Repubblica ha infatti dichiarato: «È il gender, ovvero l'espressione “identità di genere” che è una questione molto controversa».

Bisessualità psichica

Cosa c'è di così controverso? Partiamo proprio dalla “storia della psicoanalisi” nella quale, al contrario di quanto affermato da Morelli, troviamo, fin dal principio, una teoria che intreccia in modo complesso biologia e psicologia. Lo stesso Freud infatti - pur ancorato a una visione gerarchica e vittoriana del rapporto tra i sessi che vedeva comunque il femminile subordinato al maschile - più volte nelle sue opere ha adottato una prospettiva “costruttivista” ante litteram, andando ben oltre definizioni semplicistiche o biologistiche del maschile e del femminile. Per esempio era il 1914 quando, in una nota aggiunta ai suoi Tre saggi sulla teoria sessuale del 1905, affermava che nell'essere umano non esiste una virilità o una femminilità pura, né in senso psicologico, né in senso biologico, bensì una bisessualità psichica: ognuno possiede il proprio carattere sessuale biologico unito a tratti biologici dell'altro sesso e una combinazione di caratteristiche psicologiche (per esempio attività e passività) senza distinzioni tra maschi e femmine. Venendo ai giorni nostri, sempre in ambito psicoanalitico, una riflessione articolata sul rapporto tra sesso e genere la troviamo nei lavori delle autrici nordamericane che hanno messo in dialogo la psicoanalisi con la teoria femminista e i gender studies. Per esempio Jessica Benjamin, che suggerisce di ricondurre la nozione di sviluppo dell'identità di genere a una pluralità di posizioni evolutive piuttosto che a un'identificazione unilaterale con una delle sue polarità (maschile vs femminile); secondo Benjamin, infatti, lo sviluppo avviene in modo fluido, attraverso le identificazioni con entrambi i genitori. Oppure Muriel Dimen, che paragona il genere a un campo di forze interagenti, percorso da tensioni e complessità. Per Dimen l'individuo assume un genere non acquisendo un'identità unidimensionale di maschio o femmina, ma “assorbendo il contrasto tra maschile e femminile”; l'identità di genere, afferma, va considerata nella sua fluidità, anche perché può risultare più o meno “solidificata” a seconda dei contesti di vita del soggetto. O ancora Adrienne Harris, che parla dell'identità di genere come di “un'esperienza complessa, a figurazioni multiple”, risultato di un assemblaggio di identificazioni e percezioni. Contro un'idea essenzialista dell'identità sessuale si esprimono anche autrici di formazione neuroscientifica. Nel libro Testosterone Rex, la filosofa della scienza Cordelia Fine chiama a raccolta diverse ricerche nei campi della genetica, dell'endocrinologia e delle neuroscienze per sottolineare le dimensioni culturali, più che biologiche, del concetto di differenza sessuale. Non si tratta certo di negare l'evidenza delle differenze anatomiche, bensì di affermare che “maschile” e “femminile”, più che categorie assolute, immutabili e mutualmente escludentesi, sono dimensioni costruite dall'esperienza, dalla storia e dalla cultura. Considerarle essenze immutabili, inestricabilmente legate all'anatomia, rischia di rinforzare gli stereotipi che continuano a tenere maschile e femminile su posizioni gerarchiche diverse, oltre che tagliare fuori dalla riflessione etica, civile e politica, tutte le soggettività che non rientrano in una logica binaria M/F.


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