Societa

Identità italiana e vocazione internazionale: così Pirelli disegna 150 anni di storia

di Paolo Bricco

  Headquarters Pirelli – Torre di raffreddamento

4' di lettura

Giovanni Battista Pirelli è figlio di un fornaio, di nome Santino, e di Rosa Riva, che appartiene a una famiglia di imbianchini. I Pirelli sono umili e dignitosi. Hanno un senso della riservatezza e dell’ordine quasi calvinista. Sono di Varenna, ramo lecchese del lago di Como.

Giovanni Battista è un ragazzo del suo tempo, che è il tempo della costruzione dell’Italia, della edificazione di una nuova classe dirigente per via culturale e tecnologica e della fondazione del primo nocciolo duro industriale che determinerà il Paese per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi centocinquanta anni.

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Ha una spiccata dimensione civile, tanto da partecipare a diciassette anni - come ricostruisce Carlo Bellavite Pellegrini nel saggio pubblicato dal Mulino Pirelli. Innovazione e passione (1872-2017) – alla Terza guerra di Indipendenza da volontario garibaldino.

Ma, soprattutto, Giovanni Battista Pirelli incarna l’homo novus segnato da una naturale passione per la tecnologia, che si forma negli studi: prima in una scuola tecnica appunto a Varenna, poi al Regio istituto tecnico inferiore di Milano, quindi alla facoltà di matematica dell’Università di Pavia e infine al Politecnico di Milano, dove si laurea in ingegneria meccanica.

Subito dopo la laurea, il passaggio per lui fondamentale, in quell’Italia che desidera entrare con razionalità e con forza nella modernità industriale, è la borsa di studio (300mila lire, collegate a un premio) che gli consente di trascorrere un anno in Svizzera, Francia e Germania, dove visita le principali fabbriche del tempo.

Per tutte queste ragioni, quando il 28 gennaio 1872, all’età di 23 anni Giovanni Battista Pirelli costituisce la Pirelli & C. società in accomandita semplice, il nucleo del dna dei successivi centocinquanta di storia è già formato: la pulsione individuale al fare le cose che trasfonde nel progetto imprenditoriale, la passione civile che prende la forma dell’impegno nell’industrializzazione di un Paese, la pratica del sapere che diventa trasformazione per una ascesa sociale laboriosa e segnata dalle competenze intellettuali e dal merito professionale, il collegamento fra la conoscenza teorica dell’università e il mondo concreto delle fabbriche, la costante ispirazione internazionale, nell’idea che l’Italia possa imitare e interpretare al meglio il canone industriale europeo.

Elemento essenziale e traino tecnologico

Da quel giorno di centocinquanta anni fa, la Pirelli è un elemento essenziale nel paesaggio industriale italiano. E, soprattutto, costruisce poco alla volta una identità da impresa-mondo, in grado di ampliare il proprio raggio di azione – anno dopo anno, decennio dopo decennio – al di fuori dei semplici stabilimenti, di trascendere la sua mera attività produttiva e di diventare un soggetto attivo della storia nelle sue più diverse sfaccettature.

La Pirelli è un traino tecnologico per un Paese profondamente agricolo avviato verso una modernizzazione fondata prima di tutto sulle fabbriche, partecipa alla crescita dell’Occidente che è basata sulla motorizzazione di massa, si pone come un volano per l’internazionalizzazione dell’intera comunità italiana grazie all’attività di export e all’apertura all’estero degli stabilimenti, assume la funzione di un lievito costante nel dialogo fra la produzione e la cultura grazie al coinvolgimento di alcuni dei più raffinati intellettuali del Novecento, accetta la sua identità di impresa che partecipa allo sviluppo della società e alla dialettica fra sfera privata e sfera pubblica fornendo servizi sociali ai suoi dipendenti e vivificando la rappresentanza di Confindustria. Nel 1970 viene presentato il Rapporto Pirelli, dal nome appunto di Leopoldo Pirelli, il carismatico presidente della commissione incaricata di riscrivere lo statuto della Confederazione, un documento con un afflato riformatore rivolto a tutto il Paese.

Sprovincializzazione

La Pirelli è, da subito, un proiettile di sprovincializzazione nel corpo quieto dell’Italia agricola: basti pensare che la quota di export sul fatturato, pari a poco meno del 4% nel 1885, sale al 18% nel 1890, per superare poi il 30% nel 1910. L’internazionalizzazione coincide anche con un inspessimento della radice milanese dell’industria: gli impianti vengono situati, fra il 1907 e il 1909, nell’area della Bicocca, fra gli allora comuni indipendenti di Greco Milanese e di Niguarda. La specializzazione produttiva, anno dopo anno, si biforca su cavi e pneumatici. La storia della famiglia Pirelli si identifica con quella dell’impresa. Le vicende nazionali, in particolare l’avvento degli autoritarismi in Europa, si intrecciano con le strategie di approvvigionamento delle materie prime che hanno l’intonazione romanzesca delle piantagioni di caucciù in Asia e in Sud America.

Ma è nel Secondo dopoguerra che la Pirelli risulta uno dei fattori dell’equazione italiana: una equazione il cui risultato è il superamento delle macerie del conflitto mondiale e la conoscenza della prima prosperità per la maggioranza dei nostri connazionali. La storia della Pirelli diventa un susseguirsi di continuità e di discontinuità. Le economie di scala risultano, negli anni 70, la chiave del capitalismo manifatturiero. L’esistenza di una dimensione non ottimale per il gruppo italiano porta all’unione con gli inglesi della Dunlop, che dura dal 1970 al 1981, ma non conduce mai alla costruzione di un vero gruppo integrato. Fra il 1990 e il 1991, Pirelli prova di nuovo il salto dimensionale con l’acquisizione, non riuscita, della tedesca Continental. Nella successiva traversata del deserto – il risanamento operato da Marco Tronchetti Provera, diventato amministratore delegato nel 1992 – e nelle nuove fasi di sviluppo industriale si esprimeranno, in una chiave modernizzata, gli stessi profondi tratti già definiti da Giovanni Battista Pirelli: la congiunzione fra fabbrica e innovazione, l’intrecciarsi di vocazione internazionale e radicamento italiano (anzi, orgogliosamente milanese) e la costruzione di una cultura manifatturiera che è, prima di tutto, una identità di uomini e di donne.

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