L’intervista

Ielo: «Aumentare le pene? Non serve a ridurre l’evasione fiscale»

Il procuratore aggiunto di Roma: meglio intervenire con lo strumento della responsabilità delle imprese da decreto 231

di Giovanni Negri


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Imagoeconomica

5' di lettura

Paolo Ielo, procuratore aggiunto a Roma, protagonista di alcune delle più importanti e recenti inchieste della Procura della Capitale (da Consip a Mafia Capitale), già dal 2007, da componente della Commissione Greco sulla riforma del decreto 231, sollecitava l’estensione della responsabilità delle imprese ai reati tributari. Ora, con il decreto fiscale dopo più di 10 anni, quell’allargamento è realtà.

Da anni si discuteva dell’inserimento dei reati tributari nel perimetro del decreto 231; ora con il decreto legge fiscale, dopo le ultime correzioni, le imprese potranno essere chiamate in causa per i più gravi delitti fiscali. Lo trova un intervento tardivo o comunque opportuno?

Edwin Sutherland, colui al quale si deve l’elaborazione della categoria del white collar crime, in tempi non sospetti ebbe a dire che in questo settore al benefit of clergy di periodi remoti nelle società ad economia di mercato farebbe da riscontro un benefit of business. L’assenza dei reati tributari, o almeno dei più gravi di essi, tra i delitti presupposto della responsabilità degli enti sembra essere una traccia del benefit of business.

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Una concezione moderna dei profili sanzionatori in questo settore non può essere prigioniera delle manette. Se è indiscutibile che la pena detentiva, e soprattutto la sua effettività, non possano essere espunti dal tema della repressione dei reati tributari, soprattutto tra i più gravi di essi, ho serie perplessità sulla utilità dell’aumento delle pene edittali.

Penso al contrario che debbano essere amplificati gli strumenti che colpiscano la criminalità del profitto nelle ragioni per cui vengono commessi tali reati. La responsabilità degli enti è uno strumento più utile di quanto non possano essere aumenti di uno o due anni delle pene edittali. E, sul piano logico, è incomprensibile come tale approccio sanzionatorio, che riguarda specificamente la criminalità del profitto, sia stato tenuto fino ad oggi fuori dal settore tributario.

Le imprese contestano l’eccessivo utilizzo del diritto penale o parapenale, ritengono grave la criminalizzazione dell’intero mondo produttivo. Vede un rischio di questo genere?

Sinceramente no. Ribadisco che trovo inutili aumenti delle pene edittali, ma occorre ricordare che in questo paese i detenuti per reati di white collar crime sono un numero molto basso, anche per il fatto che su di essi ad oggi si è fatto molto sentire l’effetto della disciplina vigente della prescrizione.

A questo punto si porrà un problema di modelli organizzativi e di loro adeguamento. Come sarà meglio procedere?

Credo che questa sia un’opportunità. Il profilo interessante del sistema 231 è che gli enti, se ambiscono a proteggersi da questo tipo di responsabilità, devono adottare una struttura organizzativa tale da evitare la commissione di tale tipologia di reati, attraverso i classici strumenti di analisi e di gestione del rischio. Si è, cioè, in presenza di un sistema repressivo che, quando intervengono reati, ti sanziona se tu non hai messo in campo tutte le risorse organizzative utili a evitarli.

Si tratta di un salto di qualità che conferisce al contrasto all’evasione, quando essa si concretizzi in reati, strumenti moderni e assai più efficienti di quelli fino ad oggi utilizzati.

È evidente che se entrerà in vigore la disciplina di 231 anche per i reati tributari occorrerà provvedere a una modifica dei modelli organizzativi, adattarli in funzione della prevenzione del rischio di tale tipologia di reati. Aggiungo che, storicamente, si è sempre osservata una stretta correlazione tra i reati tributari a base fraudolenta e la creazione di provviste finanziarie necessarie al pagamento di tangenti. La previsione di un modello di responsabilità degli enti anche per i reati tributari a base fraudolenta consentirà dunque un modello di compliance integrata molto più efficiente in funzione della prevenzione del rischio di tali reati.

La previsione di applicazione anche delle sanzioni interdittive, accompagnata dalla possibilità, sempre prevista dal decreto, di utilizzare per la prima volta in ambito penale tributario la confisca per sproporzione non può rendere assai pesante tutta la fase cautelare con poca attenzione per le esigenze della produzione?

Io credo che gli strumenti cautelari connessi al sistema di 231 siano accompagnati da garanzie di significativo spessore, soprattutto con riguardo all’applicazione di misure interdittive. Per esempio con il contraddittorio anticipato, sì che l’ente, prima della applicazione di una misura cautelare, può far valere le sue buone ragioni prima della decisione sulla richiesta cautelare. Poi deve essere considerato che la disciplina prevede la possibilità di paralizzare l’applicazione di misure interdittive, realizzando una serie di adempimenti, tra i quali modificare la struttura organizzativa dell’ente in funzione della prevenzione del rischio da reati e restituire il profitto conseguito.

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Esiste un problema di formazione dell’ufficio del pubblico ministero nell’utilizzo del decreto 231? Da più parti, anche interne alla magistratura, se ne sottolinea l’ormai scarso impiego.

Intanto occorre dire che la situazione su quel versante tende ad assumere caratteri più fisiologici, nel senso che l’applicazione del sistema 231 è patrimonio operativo più diffuso di quanto non accadesse in passato. Questa è una condizione fondamentale perché l’applicazione dell’istituto non crei più problemi di quelli che tende a risolvere. Costruire modelli organizzativi adeguati costa. Se vi sono zone del territorio in cui si paga il costo dell’illegalità e zone del territorio in cui questo costo non vene pagato si creano condizioni disomogenee tra gli attori che si confrontano nel medesimo settore di mercato, con il rischio di far danni difficilmente rimediabili.

Per il resto, sono da sempre convinto che il mestiere del pubblico ministero (e credo anche del giudice) nel settore del white collar crime debba essere connotato da un alto tasso di specializzazione. È un settore dove omissione dell’intervento e cattiva azione fanno danni in egual misura; dove la frontiera della conoscenza, sia sul versante della tecnica investigativa, sia sul versante della tecnica giuridica è molto fluida. Solo una specializzazione alta di chi si occupa di tali reati consente di evitare problemi. Una specializzazione, del pubblico ministero e del giudice, che consente di garantire la ragionevole prevedibilità dell’azione giudiziaria e dei suoi effetti, così da introdurre un valore aggiunto, è certamente utile nel processo economico.

In generale tutto l’intervento, non solo sul versante delle imprese, inasprisce il trattamento sanzionatorio per le condotte di evasione. Tanto da metterci tra i Paesi più severi in Europa nel trattamento penale dell’evasione.

Vedremo cosa accadrà in concreto. Fino a oggi siamo stati tra i meno severi e tra quelli con un minor tasso di effettività della sanzione.

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