Ortofrutta

Il limone italiano vuole riconquistare gli italiani con brand e varietà tipiche

In estate cresce la domanda ma si raccoglie solo il verdello: è ottimo, ma convince poco i consumatori per via della preferenza del colore giallo

di Manuela Soressi

(IgorZh - stock.adobe.com)

4' di lettura

Il limone d'estate? Non pervenuto, perlomeno quello made in Italy. Perché, paradossalmente, nella stagione in cui sale il desiderio del tocco fresco e rinfrescante di quest'agrume, manca la produzione nazionale. Tranne quella del verdello, il limone dalla scorza verde, dal profumo intenso e dal gusto poco acido, che si raccoglie nei mesi più caldi, soprattutto in Sicilia. Pur essendo una produzione tradizionale (ammesso anche in quattro delle sette Igp di limoni italiani) e sia ottenuto con una pratica agronomica messa a punto proprio in Sicilia nell'Ottocento, il verdello è sempre stato snobbato. La sua colpa? Avere la scorza verde, che gli italiani ammettono solo per gli esotici lime perché abituati ai limoni rigorosamente gialli. Ecco quindi che, nei mesi estivi, il mercato nazionale li va a cercare in Sud America e Sudafrica.

Ma c'è chi sta cercando di far apprezzare il limone verde italiano. «Le nostre vendite di verdello sono aumentate del 33% nel triennio – affermaMarianna Palella, Ceo di Citrus l’Orto Italiano, azienda nata sei anni fa specializzata nelle produzioni ortofrutticole tipiche italiane, provenienti da filiere sostenibili – E, l'estate scorsa, hanno toccato il record, crescendo del 52% rispetto a quella del 2019».
Risultati ottenuti puntando sulla comunicazione, in cui l'azienda investe il 10% del suo fatturato (oltre 6 milioni di euro nel 2020), come leva per valorizzare la biodiversità della produzione italiana (e siciliana in particolare) e far conoscere la stagionalità delle diverse tipologie (oltre al verdello, anche primofiore e bianchetto). Ma soprattutto affermare il marchio Citrus. La politica di marca nei limoni è una novità recente.

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Come in tanti altri segmenti del mondo ortofrutticolo, anche per questi frutti la maggior parte delle vendite è costituita da prodotti unbranded. Non solo: nonostante la lunga tradizione e la storica presenza sui mercati esteri (significativa già a partire dall'Ottocento), la limonicoltura in Italia si è progressivamente ridimensionata, fermandosi a circa 400mila tonnellate, e anche sui mercati internazionali ha perso terreno, prontamente conquistato dagli spagnoli, diventati i numero uno europei. Inoltre i limoni nazionali non godono del percepito che meriterebbero presso i consumatori. E questo nonostante il limone sia un frutto molto presente nel carrello della spesa (4,7 kg di consumo annuo medio pro capite) e con consumi in crescita costante (+12% nel 2020), grazie a un vissuto molto positivo (alla stregua di un superfood) e un ampio spettro di utilizzi, sia gastronomici sia legati all'igiene domestica.

Per non parlare del suo successo nel mondo del benessere: basti pensare al boom del rito salutistico del bicchiere di acqua con limone appena svegli. Ciononostante, il limone è considerato una commodity e manca una cultura di questo prodotto. Quanti acquirenti controllano la provenienza prima di comprarlo? E quanti verificano che la scorza sia effettivamente edibile, ossia non trattata, se devono usarla nelle ricette?
Ma qualcosa sta cambiando. «Notiamo che i consumatori sono sempre più attenti alla qualità e alla provenienza dei limoni – afferma Attilio Villari, direttore commerciale del gruppo di famiglia, che da 50 anni si occupa di agrumi - E che, se individuano il prodotto nazionale, continuano a preferirlo a quello di altri paesi». L'italianità, la biodiversità, l'assenza di trattamenti in superficie, e il valore nutraceutico-salutistico sono i valori molto contemporanei su cui scommettere per rilanciare la limonicoltura nazionale.

Ma anche per sostenere vere e proprie politiche di marca, come stanno iniziando a fare alcune aziende di produzione, commercializzazione o trasformazione. «A inizio 2021 abbiamo lanciato il brand Lumì, riservato ai limoni siciliani top di gamma, non trattati in superficie e selezionati in collaborazione con l'università di Messina per il loro elevato contenuto di particolari sostanze nutraceutiche, i flavonoidi – aggiunge Attilio Villari –. È stata una scelta coraggiosa perché la Gdo, da cui passa la maggior parte dei consumi, non mostra interesse per i limoni di marca, se non per quelli a private label. Ma noi siamo convinti che sia la strada giusta e i primi risultati ci danno ragione. A sei mesi dal lancio, Lumì è arrivato al 20% del nostro fatturato e le vendite continuano a crescere».
Un'accelerazione delle vendite, che dovrebbero arrivare a 3mila tonnellate, la si aspetta dall'autunno quando Lumì, finora distribuito nei mercati generali e nel canale specializzato, entrerà anche in Gdo. Puntando non solo sulla qualità e il salutismo, ma anche su un pack innovativo, che unisce comodità e sostenibilità.

La distribuzione moderna sta trainando anche il successo di Limorè, altro brand giovane, creato dalla cooperativa di produttori dei Limoni di Rocca Imperiale Igp che, per il confezionamento, si affida alla Op piemonte Joinfruit, di cui è socia.
«Limorè sta andando alla grande e in soli 18 mesi si è conquistato uno spazio in Gdo, soprattutto grazie agli accordi con Lidl e Aldi – afferma il presidente della cooperativa Pietro Buongiorno –. Adesso i nostri obiettivi sono il raddoppio della produzione, arrivando a 50mila quintali già nel 2022 grazie all'ampliamento della base sociale (abbiamo richieste da una dozzina di aziende), e l'aumento della presenza sui mercati esteri, in particolare su quelli d'oltremare, visti i risultati ottenuti a Dubai».

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