operazioni sospette

Il 37% delle imprese chiude in 4 anni: pesano la crisi e i trucchi per evadere

di D. Aquaro e C. Dell'Oste


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(gearstd - Fotolia)

3' di lettura

Oltre un terzo delle imprese individuali – il 37,4% – chiude entro quattro anni. E la mortalità resta elevata anche tra le società di persone: 20,5 per cento. Sono numeri dietro cui si nasconde la fragilità economica di tante attività in tempo di crisi, ma anche la piaga delle imprese “apri e chiudi”, come le ha ribattezzate la Guardia di finanza (Gdf). Aziende che nascono e muoiono in breve: evadendo l’Iva e le altre imposte, riciclando denaro sporco, aggirando le norme (su lavoro, contributi e sicurezza) e lasciando i fornitori a bocca asciutta. Per poi riaprire a stretto giro.

Bar, negozi e imprese edili al top delle chiusure
I dati elaborati per Il Sole 24 Ore del Lunedì da InfoCamere tracciano fino allo scorso 30 settembre l’evoluzione delle imprese nate nel 2014. Si vede bene che i primi due anni di attività sono i più duri, soprattutto per le ditte. Senza contare le procedure concorsuali, il tasso di chiusure è più alto nei settori del turismo e ristorazione e del commercio (senza grandi barriere all’ingresso) e in quello delle costruzioni (legato al ciclo del mercato immobiliare).

Ma oltre alle cessazioni “da crisi” ci sono quelle fraudolente. Su cui ha lavorato a lungo Giuseppe Nicolosi, procuratore della Repubblica di Prato, città con un forte tessuto di microimprese cinesi. «Soprattutto nel pronto moda, settore privo di specializzazione e con bassi investimenti, si aprono sacche di illegalità: sfruttamento lavorativo, elusione delle misure di sicurezza, evasione di imposte e contributi». Nicolosi si riferisce in particolare alle ditte individuali «che nascono, terminano qualche ciclo produttivo, e chiudono entro un paio di anni rendendosi irreperibili. Dove il titolare è un prestanome, le violazioni non raggiungono la rilevanza penale e le persone fisiche non vengono aggredite dai creditori perché incapienti».

I NUMERI
I NUMERI
I NUMERI

Per colpire un’azienda che fin da subito opera fuori legge, Inps, Inail ed Entrate possono impiegare anche 24 mesi. Così, muovendosi tra le maglie dei controlli, qualcuno è persino in grado di abbassare la serranda e ripresentare l’attività con un altro nome. Un fenomeno che risulta più evidente tra i soci delle società di persone (21,6%, più di uno su cinque), come evidenzia l’analisi elaborata per il Sole 24 Ore dall’ufficio studi Cerved. A colpire è anche un altro dato: quello della nazionalità di origine dei titolari o dei soci. Gli stranieri, infatti, riaprono più spesso degli italiani. Si tratta in primis di cittadini originari di Pakistan, Egitto, Bangladesh e Cina, che per oltre il 16% tendono a riaprire (soprattutto ditte individuali). «Il dato sulla nazionalità è più eloquente di quello territoriale – spiega Valerio Momoni, direttore Marketing e business development di Cerved – perché a livello regionale i numeri variano meno e dipendono molto dalle differenti vivacità dei tessuti imprenditoriali».

Rischio illeciti dietro le riaperture
Le tendenza a “riprovarci” può essere favorita dal dinamismo dell’economia (al Nord) e dal sostegno di reti familiari (per gli stranieri). È certo, però, che il coinvolgimento in illeciti passati è uno degli indicatori monitorati dalla Gdf, come conferma Pasquale Russo, comandante del Nucleo speciale entrate: «L’uso dei prestanome è molto frequente, ma le precedenti frodi fiscali, i mancati versamenti, le dichiarazioni omesse o infedeli possono far emergere alert specifici sia per gli individui che per le società, oltre ai dati derivanti da indagini polizia e all’incrocio con le banche dati delle Entrate e del Lavoro». L’esperienza della Gdf evidenzia che le società “apri e chiudi” hanno una vita utile fino a due-tre anni e spesso sono usate per frodare l’Iva, fenomeno a contrasto del quale le Fiamme gialle hanno eseguito 13.792 interventi da gennaio 2017 a maggio 2018, con un recupero di oltre 3,2 miliardi di Iva e 1.300 persone denunciate per frodi fiscali. In prospettiva, «la possibilità di accelerare e mirare i controlli – osserva Russo – sarà favorita dalla possibilità di usare per analisi di rischio i dati fiscali contenuti nelle fatture elettroniche».

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