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Il 75% delle Pmi boccia la giustizia, primo freno alla competitività

di Ilaria Vesentini


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Agf

3' di lettura

«Mancano 9mila cancellieri in Italia? E allora perché il ministro Orlando annuncia il concorso per assumerne solo 5mila? Le risorse puntate su un sistema giudiziario efficiente sono un investimento non una spesa, perché l’illegalità costa più della legalità. Un Paese che non mette la giustizia come priorità assoluta tra gli interventi per la competitività è un villaggio e non una nazione». Con queste parole il presidente della Camera di commercio di Bologna, Giorgio Tabellini, chiude la VII edizione del forum Focus Pmi di LS Lexjus Sinacta e Istituto Tagliacarne dedicato quest’anno a «Efficienza e giustizia come valore dell’impresa».

I numeri rilevati dall’Istituto Tagliacarne, intervistando un panel di mille imprenditori, parlano chiaro: il 75% delle Pmi è insoddisfatta del funzionamento della giustizia, 8 imprese su 10 segnalano che i tempi sono intollerabili (564 giorni di durata media dei procedimenti civili in primo grado, contro la media Ocse di 240 giorni, che salgono a 788 giorni per arrivare al terzo grado di giudizio), e la malagiustizia è causa innanzitutto (23,7% delle risposte) di un aumento della disoccupazione e, per il 24,5 % delle Pmi, di mancanza di sicurezza. Fattori che a loro volta alimentano un incremento dell’illegalità economica.

«Di fatto i tempi della giustizia sono considerati dal 57% delle imprese il principale vulnus che mina la loro attività, seguita da voci come legislazione poco chiara (29,5%) e pratiche di corruttela (35,7%) - spiega l’analista del Tagliacarne, Corrado Martone -. Le inefficienze del sistema giuridico si traducono innanzitutto in difficoltà di carattere finanziario per le Pmi: il 55% lamenta problemi di liquidità e il 41,7% mancato accesso al credito».

È un grido di allarme, non una lamentela, precisa il presidente di Piccola industria Confindustria Alberto Baban, «perché in uno scenario di competizione internazionale sempre più serrato c’è un rapporto simbiotico tra capacità di evolvere del sistema giudiziario e capacità di esprimersi del tessuto imprenditoriale. E in Italia siamo di fronte a una lentezza nel miglioramento della giustizia che, a fronte dei cambiamenti rapidissimi dell’era 4.0, rende il nostro gap rispetto ai competitor sempre più impietoso».

La litigiosità degli italiani non aiuta, così come non aiuta l’interventismo di Tar e Consiglio di Stato cui va almeno in parte addebitato il fatto che oggi lungo lo Stivale ci sono 342 opere bloccate. Confindustria in una recente analisi aveva misurato che tra burocrazia, corruzione, infrastrutture inadeguate e ritardi dell'istruzione costano all’Italia “in termini aziendalistici” il 30% del Pil, con perdite pari a 485 miliardi annui, 19.400 euro a famiglia.

«Una analoga ricerca condotta tra i nostri associati pochi mesi fa confermava che per l’80% degli artigiani la corruzione e la malagiustizia sono il problema principale per la competitività - aggiunge Sergio Silvestrini, segretario generale Cna - e che abusivismo e lavoro sommerso sono la prima causa di concorrenza sleale (più che il “made in China” low cost, ndr). In questo senso l’abolizione dei voucher decisa dal Governo non produrrà legalità ma altro lavoro nero. Di certo come imprese dobbiamo sfruttare più e meglio strumenti come arbitrato e mediazione». Lo studio Tagliacarne rileva infatti che c’è ancora molta disinformazione tra le Pmi a proposito degli istituti per risolvere in via stragiudiziale le controversie: 6 imprese su 10 non conoscono arbitrato e mediazione, il 22% conosce gli strumenti ma non ha mai fatto ricorso e appena il 14% li ha utilizzati.

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