bilancio di un governo

Brexit, il lungo addio di May: tutti gli errori della premier incompiuta

di Nicol Degli Innocenti


Brexit, Theresa May si dimette il 7 giugno

5' di lettura

LONDRA - È stato il lungo addio. Dopo aver resistito per mesi sull’orlo del precipizio, Theresa May oggi si è arresa e ha annunciato le dimissioni. Lascerà l'incarico il 7 giugno. Il suo ultimo atto da premier sarà accogliere il presidente americano Donald Trump in visita di Stato in Gran Bretagna da 3 al 5 giugno.
Nel suo breve annuncio stamani la May ha espresso il suo rammarico per non essere riuscita a traghettare il Regno Unito fuori dall’Unione Europea come avrebbe voluto e come avevano chiesto gli elettori nel referendum del 2016. Il tentativo di lasciare la Ue ha dominato ogni minuto del breve regno della May: senza Brexit l’ex ministro degli Interni non sarebbe mai diventata leader, ma Brexit ha anche causato la fine della sua carriera politica.

All’interno del partito conservatore la figlia di un pastore anglicano cresciuta nelle campagne inglesi era considerata una persona seria e affidabile e una grande lavoratrice ma senza l’esperienza e il carisma necessario per diventare leader. La sua posizione tiepida su Brexit – dalla parte di Remain ma senza entusiasmo e senza fare campagna elettorale – le ha permesso di essere nominata leader del partito dopo il cataclisma del referendum, le dimissioni improvvise di David Cameron e il ritiro degli altri concorrenti.

Il suo primo errore da premier è stato quello che ha caratterizzato tutto il suo regno: ha focalizzato la sua attenzione e dedicato i suoi sforzi a mantenere unito il partito conservatore (invano), curandosi assai meno sia del Paese che della Ue.
Per farsi accettare come leader dal fronte pro-Brexit del partito conservatore ha voluto obliterare il suo passato da Remainer, diventando più realista del re e più cattolica del Papa. «Brexit means Brexit», ha dichiarato, e ha subito posto delle condizioni molto stringenti all’uscita dalla Ue, di fatto impedendo negoziati significativi con Bruxelles.

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Il suo secondo errore è stato quello di invocare l’articolo 50 e far scattare il conto alla rovescia verso l’uscita interpretando da sola quale fosse il significato del referendum. Gli elettori avevano risposto alla semplice domanda se uscire o meno dalla Ue. La gamma di possibilità era vasta. La May ha deciso che la decisione di uscire fosse un voto per tagliare il più possibile i ponti con la Ue e ha quindi escluso di restare nel mercato unico o nell’unione doganale e ha insistito sulla fine della libera circolazione delle persone.

Nei negoziati ha completamente ignorato il settore dei servizi, che è cruciale per l'economia britannica. Alcuni sostengono che non si è troppo curata delle conseguenze per l’economia in generale. Dopo sei anni da ministro degli Interni, artefice di una drastica stretta all’immigrazione e del terribile “hostile environment” per rendere impossibile la vita agli immigrati illegali, la cosa più importante per la May era chiudere le frontiere ai cittadini Ue e questa è stata la sua priorità a scapito di tutto il resto.

Il suo terzo errore è stato quello di indire elezioni anticipate a sorpresa nel 2017, convinta di poter rafforzare la sua posizione in Parlamento e far approvare la sua Brexit più rapidamente. La decisione si è rivelata un boomerang: i conservatori hanno perso la maggioranza e la May ha deciso altrettanto disastrosamente di affidarsi ai dieci deputati del Dup, gli unionisti irlandesi che in seguito più di ogni altro hanno ostacolato l'approvazione dell'accordo di recesso.

Dopo la sconfitta alle urne, il quarto errore della May è stato quello di non aprire un dialogo con i partiti di opposizione per trovare una soluzione concordata e un compromesso accettabile a tutti. Il risultato del referendum era stato 52/48 per cento. Una leader meno dogmatica e piu inclusiva avrebbe cercato di trovare terreno comune invece di escludere del tutto il 48% dell’elettorato concentrandosi solo sulle dinamiche interne del partito conservatore.

L'accordo faticosamente raggiunto con Bruxelles è stato respinto sia dall’opposizione sia da una parte consistente di Tories. Per poter sopravvivere negli ultimi sei mesi la May ha dovuto promettere per ben tre volte di dimettersi. Nel dicembre scorso, subito prima di un voto di fiducia indetto dalla 1922 Committee, aveva dichiarato che avrebbe lasciato prima delle elezioni del 2022. Questo impegno l’aveva aiutata a vincere il voto, restando in sella con una rinnovata legittimità.

La tregua non era durata molto: in marzo la May è stata costretta dai dissidenti del partito ad anticipare ancora la data della sua uscita di scena. Alla vigilia del terzo voto in Parlamento sull’accordo di recesso, la premier si era impegnata ad andarsene prima dell’inizio della seconda fase dei negoziati con la Ue. La sua disperata offerta era: approvate il mio accordo e me ne vado. Questa volta non ha funzionato: l'accordo è stato respinto per la terza volta.

Negli ultimi due mesi la premier ha avuto un unico obiettivo, diventato sempre più urgente: far approvare il suo accordo per poter lasciare l’incarico a testa alta. Per raggiungerlo ha tentato strade che secondo molti avrebbe dovuto percorrere molto tempo prima. Tutte si sono rivelate vicoli ciechi.

Ha avviato trattative dirette con l’opposizione laburista, che non hanno portato al compromesso sperato ma hanno causato una rivolta all’interno del partito conservatore. Ha finalmente accettato di dare una maggiore voce in capitolo al Parlamento e ha perfino contemplato l’idea di un secondo referendum.
Too little too late: le sue tardive aperture mirate a trovare un terreno comune tra fazioni opposte sono riuscite solo a renderla invisa a tutti. Troppo soft per i sostenitori di Brexit, troppo anti-Ue per i sostenitori di Remain, la May invece di essere la colla che poteva unire il Paese è diventata un simbolo dei suoi problemi e il parafulmine su cui sono caduti tutti gli strali.

La propensione della May a fare inversione di marcia l’ha resa inaffidabile, mentre la sua tenacia l’ha resa irremovibile. Voleva raggiungere il suo obiettivo ed era disposta a (quasi) tutto per raggiungerlo. La settimana scorsa ha anticipato la data delle sue dimissioni per la terza volta, impegnandosi ad andarsene dopo la seconda lettura dell'accordo in Parlamento. Perfino ieri, nonostante tutto, insisteva di voler ancora presentare il suo accordo per la quarta volta a inizio giugno per farlo approvare.

Difficile dire se questa ostinazione fosse dovuta a senso del dovere e alla convinzione genuina che il suo accordo fosse la soluzione migliore per la Gran Bretagna, oppure a pura ambizione personale e al suo desiderio di passare alla storia come la premier che aveva superato mille ostacoli per rendere Brexit realtà.

In attesa del verdetto della storia, oggi il brutale dato di fatto è che la May ha fallito nell’unico obiettivo che si era posta. Lascia Brexit incompiuta e un partito e un Paese divisi come non mai.

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