Festival di Cannes 2019

«Matthias&Maxime»

Il bacio rubato: sulla Croisette l’amore gay di Dolan

di Cristina Battocletti


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«Matthias&Maxime» di Xavier Dolan

2' di lettura

Se Matthias&Maxime fosse il primo film di Xavier Dolan, enfant prodige del cinema canadese, sarebbe senza dubbio un esordio notevole. C’è tanta materia umana incandescente, dal processo di riconoscimento della propria identità sessuale al superamento del mancato amore materno.

Ma Dolan questo primo passo lo ha fatto a soli 20 anni con J’ai tué ma mère (2009). La sua grande personalità e capacità registica lo ha portato già nel 2012 a Cannes con Laurence Anyways e il desiderio di una donna, nel 2013 in concorso a Venezia con Tom à la ferme (2013). Nel 2014 si è aggiudicato il Premio della giuria sulla Croisette, dove, nel 2016, con Mommy ha vinto il Grand Prix con È solo la fine del mondo. Tanti e tali riconoscimenti ricevuti nell’arco di dieci anni di carriera e nemmeno trent’anni di vita sono sintomo di un talento cinematografico vero. Spesso esagerato, strabordante, ma pieno di urgenza e verità.

Sono queste le qualità che si avvertono anche in Matthias&Maxime, ma sul film pesa un effetto déjà-vu penalizzante.

La pellicola racconta la storia di due amici d’infanzia, Matthias (Gabrile D’Almeida Freitas), borghese altolocato, con una carriera spianata, e Max (Xavier Dolan), proletario, con una madre con un passato di tossicodipendenza. È un ragazzo premuroso e sofferente Maxim: si prodiga per la madre, che è palesemente più legata all’altro figlio. Si tormenta e diventa a tratti autolesionista. Ha come unico sfogo il ritrovo con gli amici, con cui passa serate di bevute e con il sottofondo di droghe leggere. In una di questi momenti di convivialità i due amici si prestano a fare da attori per un filmino di scuola, girato dalla sorella minore di un amico. La piccola regista chiede loro di inscenare un bacio.

Da quel momento Matthias non è più lo stesso, soprattutto in previsione della partenza di Max per l’Australia per un periodo indefinito. Inizia per Matthias una lotta interiore di cui fa le spese chi gli sta intorno, soprattutto l’amico di infanzia.

Dolan ha una maniera originalissima di girare, selvaggia, con molta camera a mano e un’estetica anni Ottanta in stile videotape. Purtroppo i temi sono già battuti e alcune figure stereotipate, soprattutto le donne, quasi tutte chiassose e poco rilevanti. La difficoltà di riconoscersi omosessuale e la madri terribili, perché sofferenti le ha già raccontate. Egregiamente. Ora ci vuole un tema nuovo in cui mettere la rabbia delle sue vicende autobiografiche, che ha saputo trasformare in arte.

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