londra

Il Bastian del Michelangelo

di Marco Carminati


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 Sebastiano del Piombo, «Pietà» (1512-1516), Viterbo, Museo Civico. L’opera era destinata alla chiesa di San Francesco di Viterbo e venne commissionata da Giovanni Botonti

6' di lettura

Noi oggi lo definiremmo un enfant prodige. Sapeva cantare, suonare il liuto ed era abilissimo nella conversazione. Come tutti i giovani dimostrò un’iniziale incertezza sulla strada da percorrere. Poi prese la decisione di diventare pittore e fece in tempo a Venezia (sua città natale) a frequentare la bottega del vecchio Giovanni Bellini, imitandone lo stile. Ma subito capì che il futuro stava da un’altra parte, nei «modi della maniera moderna» espressi da Giorgio da Castelfranco. «Così si partì da Giovanni e si acconciò con Giorgione... e fece ritratti in Vinegia e tavole con figure che tengono tanto della maniera di Giorgione ch’elle sono state alcuna volta tenute per mani di esso». E mentre il giovane pittore si apprestava a imitare Giorgione, accadde che un illustre viaggiatore di passaggio in Laguna si accorgesse di lui: era il potente banchiere Agostino Chigi. «Il ricchissimo mercante, il quale aveva in Vinegia molti negotj, cercò di condurlo a Roma, piacendogli, oltre la pittura, che sapessi così ben suonare il liuto... E Bastiano ci andò più che volentieri».

Il «Bastiano» di cui parla Giorgio Vasari nelle Vite de’ Pittori, Scultori e Architettori è Sebastiano Luciani «viniziano» (1485-1547), detto anche il «Frate del Piombo». E quando costui raggiunse Roma al seguito Agostino Chigi correva l’anno 1511. Il «viniziano» fece subito colpo nella Caput Mundi per il suo «colorire vago, morbido e vezzoso», e lo stesso Chigi lo mise subito al lavoro sui muri della Villa Farnesina.

Per certi versi, Sebastiano Luciani non poteva capitare a Roma in un momento peggiore. La piazza artistica romana era quasi del tutto saturata da due giganti in lotta tra loro: Michelangelo Buonarroti, che aveva appena finito la Volta della Cappella Sistina, e Raffaello Sanzio, che stava lavorando alla Stanza di Papa Giulio II in Vaticano. In questa specie di “guerra fredda”, Sebastiano optò per il “partito michelangiolesco”, e Michelangelo stesso prese a ben volere questo collega che aveva dieci anni meno di lui, lo aiutò a perfezionarsi, gli mostrò la Cappella Sistina, lo raccomandò al Papa e soprattutto cominciò a inviargli disegni di suo pugno per aiutarlo nel suo lato più lacunoso: l’esercizio della grafica. Sebastiano assimilò il potente plasticismo del disegno michelangiolesco amalgamandolo con i timbri accesi del colorismo veneto. Un cocktail perfetto.

Nel 1516, Michelangelo lasciò Roma per tornare a Firenze. Il rapporto con «Sebastianello» restò comunque saldo e duraturo, soprattutto grazie alla fitta corrispondenza che i due si scambiarono tra Roma e Firenze negli anni successivi.

L’amicizia che legò Michelangelo e Sebastiano Luciani è il tema portante di una mostra raffinata e spettacolare allestita dalla National Gallery di Londra fino al 25 giugno prossimo, a cura di Matthias Wivel e con il contributo di Credit Suisse. La rassegna racconta l’eccezionale sodalizio umano e artistico tra i questi due talenti, attraverso settanta opere: dipinti, disegni, lettere, sculture in marmo, calchi in gesso e persino la riproduzione - in scala uno a uno - di un’intera cappella romana.

La narrazione della vicenda - divisa in sei sezioni - è davvero appassionante, e le sei sale interessate sono ricche di colpi di scena legati soprattutto a opere gigantesche che si incontrano durante il percorso e che hanno costretto i curatori ad allestire la rassegna al piano nobile della National Gallery e non nei sotterranei della Sainsbury Wing, come di solito accade.

La prima sala mostra come Michelangelo e Sebastiano provenissero da mondi lontani. Buonarroti veniva dalla Firenze medicea, dove si coltivava il culto della scultura e del disegno (di lui ammiriamo qui la Madonna di Manchester e il Tondo Taddei); Sebastiano Luciani veniva invece dalla cultura veneta del colore (esemplificato dalla Salomè della National Gallery e dal Giudizio di Salomone della Bankes Collecion). Due opere introducono subito il tema della liaison tra Sebastiano e Michelangelo: sono la Vergine con Bambino, Santi e Donatore (ovvero il banchiere Pierfrancesco Borgherini) della National Gallery di Londra affiancata al disegno proveniente dal Museo di Rotterdam che Michelangelo inviò a Sebastiano per guidarlo nella composizione del soggetto.

Sebastiano Luciani assunse lo stile di Michelangelo e lo arricchì coi timbri della tavolozza veneta. Buonarroti, a sua volta,”usò” Sebastiano come baluardo contro Raffaello e la sua attivissima bottega (questo il tema della seconda sezione) e lo incoraggiò alla realizzazione di strepitosi capolavori come la Pietà proveniente dalla Chiesa di San Francesco di Viterbo (e oggi conservata nel Museo Civico), direttamente ispirata a un disegno di Michelangelo proveniente dall’Albertina di Vienna. La visione dell’opera produce un piccolo colpo al cuore: una giunonica Maria compiange il Figlio morto steso a terra su un lenzuolo bianco, mentre il cielo notturno di squarcia e appare uno struggente chiaro di luna. A Roma non s’era mai visto nulla di simile. Non solo. Sul retro della grande tavola (di solito mai visibile), possiamo ammirare teste e figure gigantesche disegnate da Michelangelo e Sebastiano in una sorta di variazioni a quattro mani sopra dettagli desunti dalla Volta Sistina.

Il sodalizio tra Sebastiano e Michelangelo contribuì in modo deciso alla definizione dello “stile romano” nell’ambito della Maniera moderna. E la grande ammirazione suscitata dalla Pietà di Viterbo (dipinta tra il 1512 e il 1516) attivò nuove e importanti commissioni per Sebastiano, sempre completate con l’aiuto di Michelangelo attraverso disegni e consigli: si parla della Resurrezione di Lazzaro per la cattedrale di Narbonne in Francia (1517-1519) e della Cappella Borgherini in San Pietro in Montorio a Roma (1519-1524).

La gigantesca Resurrezione di Lazzaro è la protagonista della terza sezione. Il dipinto - commissionato dal cardinale Giulio de’ Medici in gara con la Trasfigurazione Vaticana di Raffaello - fu spedito da Roma a Narbonne (sede vescovile di Giulio) e approdò alla National Gallery nel 1824, aggiudicandosi il primo numero d’inventario del museo. Come dimostrano i disegni e le lettere esposte accanto al quadro, anche questo capolavoro venne realizzato dietro consigli di Michelangelo, anche se Sebastiano li accolse qui con notevole libertà e indipendenza.

Nel 1523, Giulio de’ Medici venne eletto papa con il nome di Clemente VII. Michelangelo è a Firenze, Raffaello è già nella tomba. Sebastiano Luciani diventa il pittore di fiducia del nuovo successore di Pietro, lo ritrae prima e dopo il terribile sacco di Roma del 1527, che Sebastiano affronta coraggiosamente accanto al pontefice rinchiuso in Castel Sant’Angelo. In segno di riconoscenza, Clemente VII concesse al maestro un importante e redditizio incarico di curia: lo fece custode dei sigilli (o piombi) pomntifici, che rendevano validi i documenti papali. L’incarico di “piombatore pontificio” aveva, per la verità, un piccolo vincolo: per ricoprirlo bisognava essere frati. Sebastianoaccettò comunque la “spiacevole” clausola allettato - insinuò Vasari - dal pingue “stipendio fisso” derivante dall’incarico. Così per tutti Sebastiano Luciani divenne «Sebastiano del Piombo» o il «Frate del Piombo».

Ricevuto il prestigioso incarico, Sebastiano continuò a corrispondere con Michelangelo e a seguire i suoi interessi a Roma, come l’arrivo del Cristo risorto in marmo destinato alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, che Michelangelo realizzò in due versioni: quella oggi a Bassano Romano (presente in mostra in originale) che l’artista aveva lasciata incompiuta per un difetto del marmo (e che venne poi completata da altri); e quella della Minerva, presente attraverso un calco in gesso. Le due statue - con relativi disegni e lettere - formano la quarta sezione, allestita in modo piuttosto spettacolare.

Un sussulto si prova anche entrando nella quinta sezione dedicata alla Cappella Borgherini di San Pietro in Montorio a Roma: la cappella ci si para davanti!!! Occorre qualche istante per capire che siamo di fronte a una perfetta riproduzione tridimensionale in scala 1:1 realizzata dalla Factum Arte di Adam Lowe. Originali sono invece tutti i disegni di Michelangelo e Sebastiano legati a questa commissione, che Sebastiano ricevette da Pierfrancesco Borgherini e che, ancora una volta, portò a termine avvalendosi della guida e dei consigli di Michelangelo (peraltro assai sollecitati dallo stesso committente).

Nel 1534, Michelangelo tornò a Roma per affrescare il Giudizio Universale nella Cappella Sistina. Sebastiano, che fino ad allora aveva ricevuto consigli e indicazioni dal Buonarroti, stavolta osò fornirgliene uno: perché non dipingere il Giudizio a olio su un muro adeguatamente preparato? Michelangelo reagì male e risponse piccato che dipingere a olio era un mestiere da... donnicciole. I pittori capaci e virili dipingevano a fresco! Questo incidente fu fatale per il loro rapporto: Michelangelo cancellò il nome di Sebastiano dalla lista degli amici, e non gli rivolse mai più la parola. Almeno così racconta Vasari.

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