L’estetica

Il bello che avanza: vestire nuovo formale

Gli uomini di un tempo sono tornati? Solo nel modo di vestire, perché il codice classico, a-stagionale e duraturo si adatta molto bene alle nuove esigenze e parla a una generazione orientata a fare scelte più consapevoli

di Angelo Flaccavento


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Da sinistra look Jil Sander, Brioni e Telfar

4' di lettura

Non fare la femminuccia, si sentono ogni tanto dire i genitori a bambini maschi inclini ad esprimere la propria emotività senza freni e senza briglie - quasi che le donne fossero perennemente sull’orlo della crisi di nervi. Il rosa non è un colore da uomini, sostengono altri, dimenticando invece che, come insegnò una storica one night milanese, pink is punk, sempre che giustificarsi sulle scelte cromatiche sia di qualche importanza. Magari hanno le sopracciglia depilate e il petto rasato, ma da certi aspetti del codice cementizio - un manuale non scritto, scolpito dal sapere atavico e patriarcale - proprio non riescono a separarsi. Questi assunti sono, nella totalità dei casi, fandonie, la cui resistenza pertinace dimostra però come la maschilità, ormai ufficialmente infranta e da tempo decisamente in divenire, sia ancora un nodo centrale nel dibattito socioculturale, dai modi e comportamenti alle mode, che invero fanno sempre da apripista. Non ci sono più gli uomini di un tempo, men che mai nel modo di vestire, ma stabilire se si tratti di una disdetta o di sommo progresso non è facile, e forse nemmeno necessario.

Le bandiere: l’appartenenza
L’edizione 97 di Pitti Uomo si apre oggi a Firenze, tra Fortezza da Basso e location cittadine, sotto l’insegna delle bandiere - simbolo di appartenenza: altro tema nodale, perché nell’incertezza del vale tutto far gruppo rassicura. Un guru del retail si è spinto fino a definire i brand la religione - politeista - del nostro tempo: più aggregazione e appartenenza di così. I vessilli di Pitti Uomo non sono loghi ma simboli, che raccolgono schieramenti di pensiero diversi ma non belligeranti: la coesistenza di spinte opposte è l’essenza stessa di questo momento storico, almeno nella moda. La situazione è magmatica: uno scenario vasto, una apertura di possibilità nella quale formale e informale si fronteggiano o fondono, a seconda dei casi, e le tradizionali codificazioni di maschile e femminile si polverizzano e riconfigurano senza che questo crei più davvero scandalo. Fino a un certo punto. Un semplice fiocco o una manica a 3/4 - Gucci docet - possono ancora far sobbalzare.

Il luogo delle provocazioni
Dall’abito sartoriale con la cravatta ai tacchi e al clubwear di Random Identities, passando per l’unigender di Telfar e il purismo metropolitano di Jil Sander, tutto si tiene, e questo Pitti 97 tutto mostra, scrollandosi di dosso, violentemente, la polvere del classico troppo a lungo depositatasi. In tal senso è significativo che una delle azioni pensate per tracciare i confini del nuovo menswear si concentri sul formale e si collochi tra i meandri del Padiglione Centrale, bestia nera e ancient regime di Pitti. Si intitola Otherwise Formal e a curarla è il team di Dust Magazine, rivista di nicchia dall’afflato underground, sempre che l’underground esista, oggi che tutto circola rapidamente e le testate blasonate mimano le piccole pubblicazioni, mentre una patina di omogeneità uniforma tutto. In Dust a dar sapore è una vena spiccatamente provocatoria, uno sberleffo punk ad alto voltaggio sessuale, che applicati al formale promettono scintille.

«Abbiamo intitolato la sfilata da noi curata per Pitti 97 “Formalità/una questione di qualità” - dice il direttore Luigi Vitali - citando il verso di una canzone dei Cccp e quindi suggerendo disagio invece che certezza». Dubitabonda: ecco come si potrebbe definire la maschilità contemporanea. Nel dubito ergo sum del resto si annidano da sempre le spore del pensiero progressivo. «Immaginiamo l’uomo che veste nuovo formale oggi come qualcuno che si interroga sulla forma e il significato delle cose, ed è destabilizzato, confuso o paralizzato dalle grosse incertezze che mettono in discussione il futuro - prosegue Vitali -. In questo procedere incerto tradizione e innovazione sono le uniche guide e la qualità probabilmente l’antidoto».

La risposta: comprare meno e meglio
Lo show si svolgerà all’aperto, in una delle scalinate che portano al piano sotterraneo del padiglione: architettura di servizio, che in anni recenti è stata arena di confronto per gli esibizionisti che a Pitti vanno solo per farsi fotografare. Una specie in via d’estinzione, espressione di una vanità maschile molto tronfia e poco coltivata che invece resiste. Ma le intenzioni critiche di Vitali e coorti sono altre. L’estetica è plumbea, il messaggio esistenziale: «L’attenzione si è concentrata sulle varie stratificazioni di possibili letture sociologiche e anche sull’italianità, ribadita e reinterpretata. La moda non è che un contenitore vuoto se non si fa voce di chi quegli abiti li indossa. In un momento in cui il sistema produce in un anno più Co2 di tutto il traffico aereo e marittimo messi insieme, sono urgenti cambi strutturali e radicali. La moda sostenibile non esiste, l’unica risposta è comprare meno e meglio. Il formale nel suo essere classico, a-stagionale e durevole si adatta alle nuove esigenze e probabilmente parla ad una nuova generazione intenta a fare scelte più consapevoli. È tutta una questione di qualità, da come pensiamo fino a come ci vestiamo». Il continuo frantumarsi dell’immagine e dell’immaginario maschili riporta allora in auge un codice che si pensava tramontato. Gli uomini di un tempo sono tornati? Solo nel modo di vestire, sembrerebbe. Per il resto tutto scorre: questa è la sola certezza, spiazzante ma rinfrancate, in tema di maschilità e oltre.

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