Risparmio gestito

Il bello e il brutto dei fondi multi asset

Sono prodotti d’investimento che possono favorire la buona diversificazione ma hanno costi complessivi in media più elevati; inoltre è ben comprenderne nel dettaglio la natura

di Lucilla Incorvati

(AdobeStock)

3' di lettura

Con i fondi multi asset chi ci guadagna davvero? Proposti dalla reti (consulenti e sportelli bancari) come la soluzione “più evoluta” per diversificare al meglio anche i portafogli dei piccoli investitori, in realtà sono prodotti cari se confrontati ai corrispettivi fondi bilanciati e perdipiù non sempre dai risultati soddisfacenti. Inoltre, non è poi immediatamente identificabile la loro natura perché dietro l’etichetta multi asset c’è un potpourri di soluzioni flessibili: dai fondi azionari ai bilanciati, da quelli a cedola e ai più moderati.

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L’identikit

Sono fondi comuni d’investimento di diritto italiano oppure comparti di Sicav lussemburghese (anche polizze unit linked) che investono in più di classi di attivo (azioni, obbligazioni, valute, materie prime, investimenti alternativi illiquidi come l’immobiliare). Promettono rendimenti importanti con una certa protezione dai rischi, sopratutto grazie alla competenza del gestore in grado di calibrare il giusto mix tra le varie componenti tenendo conto di tutti i fattori che influenzano i mercati.

Gli elementi distorsivi

Ma non mancano gli elementi distorsivi. «In primis i costi che sono duplicati rispetto ad una diversificazione su prodotti multi manager che hanno il medesimo obiettivo, ovvero garantire di sfruttare le potenzialità delle diverse asset class in contesti di mercato difficile - sottolinea Saverio Scelzo, fondatore di Copernico Sim -. Nei fondi multi asset il cliente va incontro a commissioni di gestione e di performance dell’asset manager che confeziona il prodotto, oltre a quelle (gestione e performance) degli attivi sottostanti che spesso sono fondi della stessa casa. Nel caso poi di Sicav lussemburghesi alcuni costi impliciti non sono dichiarati, sebbene in epoca Mifid esista un monito alla trasparenza su tutti i costi verso il cliente».

Gli elementi a favore

Il costo più alto può essere giustificato se garantisce performance e maggior qualità del prodotto. Ne è convinto Davide Pasquali, vice presidente di Pharus Am: «Sono prodotti articolati che consentono anche al piccolo investitore di trarre i benefici della buona diversificazione in contesti di mercato non facili - spiega - ma è chiaro che il multi asset deve essere il valore differenziante e non solo una leva di marketing». Pasquali fa un esempio: il fondo BlackRock MultiAsset Global negli ultimi 5 anni ha dato un rendimento annualizzato quasi del 7% a fronte del l’indice Fideuram della stessa categoria che ha invece reso il 3,26%. Ma il fondo bilanciato Janus Henderson con caratteristiche simili e meno oneroso ha portato a casa un rendimento del 9%. Insomma, il suggerimento che arriva è di confrontare sempre soluzioni che hanno obiettivi simili «Prima di scegliere - conclude Pasquali - è fondamentale analizzare il kiid del prodotto, il track record, le masse del fondo, i rapporti costo/rendimento e rendimento/rischio». Passaggi, questi, a cui il piccolo risparmiatore difficilmente arriva da solo.

LA FOTOGRAFIA
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Performance versus costi

Mettendo a confronto i fondi che espongono nel nome il termine multi asset( non c’è una categoria) su un periodo di cinque anni emerge che c’è chi è riuscito ad andare in rosso e chi ha portato a casa quasi il 60%. Non esiste una categoria specifica che consente di confrontarli tutti. Tanto è vero che nel vasto universo dei fondi multi asset è ricompreso anche il GP&G Dinamico di Banca Passadore. Pur senza l’appellativo multi asset, sempre a 5 anni, questo fondo ha realizzato un 83,8% al netto della fiscalità. E i costi? «La commissione di gestione per i retail è dell’1,6%, nella classe istituzionale è pari allo 0,80% mentre quella di performance è pari al 10% della performance annua con high-watermark e nulla più perché il multi asset lo facciamo con stock picking, quindi i costi di intermediazione sono già conteggiati al netto della perfomance - spiega Giorgio Castiglioni, direttore investimenti di Banca Passadore -. Di recente abbiamo avviato il GP&P Multistrategy Bilanciato che invece diversifica in fondi ed Etf. In questo caso è vero che c’è un costo più alto ma abbiamo ridotto le commissioni di gestione (1%), quelle di performance sono le medesime (il 10% della performance annua con high-watermark) e per i sottostanti usiamo in prevalenza Etf oppure fondi con fee in classe istituzionale (0,60%), cercando di contenere il costo complessivo».

Conoscerli nel dettaglio per capirne la natura

Come spiega Castiglioni, quelli multiasset sono fondi che vanno spiegati molto bene gli investitori, evidenziando come si comportano nel tempo anche in presenza di mercati volatili, valutando ad esempio anche il rapporto rischio/rendimento nel tempo. «Il maggior costo ripaga in efficienza e la componente azionaria può variare molto, essendo fondi flessibili e che dunque lasciano al gestore ampi spazi di manovra. Suggerisco di analizzare lo storico del prodotto - conclude Castigloni - per guardare a come si è comportato nel tempo e come è riuscito a superare fattori critici».

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