sbagliando si impara

Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno? Riflessione sulla resilienza

di Massimo Calì *

(AFP)

3' di lettura

Ci sono aggiornamenti sulla famosa questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno? Quello che, dopo tante volte che ce lo siamo sentiti chiedere, abbiamo deciso che ci conviene indicare mezzo pieno, altrimenti siamo pessimisti, disfattisti, contro-rematori eccetera? Parlando di resilienza, il bicchiere è molto efficace, quindi molto usato; io stesso spesso lo cito per primo, negli interventi nelle Aziende e, quando non lo faccio, difficilmente non viene evocato da qualcuno dei presenti. Perché la resilienza, definita in psicologia come la capacità dell’uomo di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzato e addirittura trasformato positivamente, si presta effettivamente a essere ben esemplificata con l’atteggiamento di chi sa «vedere il bicchiere mezzo pieno».

La resilienza

E perché parlare di resilienza? È sempre più frequentemente un tema, ma non corriamo il rischio che sembri una moda e finisca per annoiare ancora prima di essere davvero praticata? Forse, ma ne vale la pena ed è fondamentale perché il mondo è sempre più complesso ed interconnesso, sia nel nostro piccolo (o meglio “quotidiano”, ché sarà piccolo ma per noi certamente non poco importante) sia in tutti gli accadimenti globali che viviamo sempre più spesso con la sensazione di essere spettatori impotenti. In questa complessità, essere allenati a vedere come trasformarci positivamente grazie a ciò che viviamo come avverso è sempre più importante, sia per provare ad andare oltre, sia per convivere utilmente con una realtà sfaccettata e variegata.

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Nel suo utilizzo quotidiano il concetto di resilienza corre il rischio di essere sovrapposto a quello di generico ottimismo: rischio perché porta a pensare la resilienza come un talento o una predisposizione “naturale” (o ce l’hai o non te la puoi dare, un po’ come il coraggio). Invece la resilienza, che sicuramente è favorita o frenata da indole ed esperienza, è fatta anche di pensieri e comportamenti. Ed è importante ricordarselo, perché pensieri e comportamenti possono essere allenati.

E in che modo possiamo allenare i nostri comportamenti e pensieri? Una delle possibilità è prendere consapevolezza del fatto che un conto è quello che succede, un conto quello che noi vediamo: le nostre reazioni di fronte ad un evento non dipendono direttamente dall’evento in sé, ma dalla nostra valutazione dello stesso. E non solo possiamo vedere le cose diversamente rispetto agli altri, ma spesso vediamo cose diverse persino da noi stessi: se sono in ritardo nel traffico e scatta il semaforo rosso «proprio quando arrivo io», la mia reazione non è sempre la stessa ma dipende dal momento, dallo stato d’animo, da come è andata la giornata, dalla vicinanza o meno dalle ferie. In altre parole, la resilienza si impara ragionando sulla differenza tra un modello in cui lo stress è oggettivo, cioè in cui un evento ha lo stesso impatto su tutti, e un modello soggettivo per il quale un evento viene filtrato dall’individuo.

Lo racconta bene Pietro Trabucchi, che da molto tempo ci ragiona e ne scrive, nel suo «Resisto dunque sono»: «Le persone non sono stressate dagli eventi in sé, ma dal modo in cui li interpretano». Ecco il metaforico “bicchiere” che ricompare nel passaggio dai pensieri ai comportamenti: il mio comportamento rispetto al semaforo rosso «proprio quando arrivo io» può cambiare se decido di cambiare il modo in cui voglio vedere l’evento «semaforo rosso» (perché il semaforo è sempre lui).

Per cambiare il nostro comportamento conviene poi passare dal riconoscimento delle nostre emozioni (legittime) che possono condizionarci. La soluzione non è ignorarle o rinnegarle in nome di una generica quanto inesistente razionalità. Un’alternativa in ottica resiliente è imparare a riconoscerle per distinguerle dal vero problema: se mi irrita il semaforo rosso è probabilmente perché sono in ritardo. E al ritardo forse qualche soluzione (comportamento) posso trovarla, mentre inveire contro la sorte, il complotto mondiale dei semafori o litigare con l’automobilista vicino magari mi consola nel breve ma certamente non mi porta a limitare o risolvere il ritardo (e a lungo termine sarà anche frustrante, in quanto faticoso e inutile).

Insomma conviene occuparsi di eventi “reali” oltre che di emozioni, per considerare i propri comportamenti e modificarli in modo più efficace rispetto al problema che ci crea l’evento, invece che limitarsi a quello che viviamo sull’onda di pensieri generati dalle emozioni: non è più utile cercare una cura alla causa del dolore invece che limitarsi all’antidolorifico? Sempre ammesso che prendersela con il complotto mondiale dei semafori ci diminuisca il dolore per il ritardo, si intende. Ah, stavo per dimenticarmi: avete deciso se il prossimo bicchiere volete vederlo mezzo vuoto o mezzo pieno?

* Senior Consultant Newton Spa

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