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Il biologico? Una favola «bella e impossibile». Intervista a Elena Cattaneo

di Micaela Cappellini


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(Imagoeconomica)

4' di lettura

Dopo essere stato approvato a larga maggioranza a dicembre alla Camera, sta per approdare al Senato il Disegno di legge 988, dedicato all’agricoltura biologica. Un settore che in Italia copre il 15% della superficie agricola nazionale, dà lavoro a 76mila aziende, ha un fatturato di 3,5 miliardi di euro e rappresenta circa il 3,5% della spesa alimentare degli italiani.
Il testo, così come è uscito dalla Camera, ha suscitato le critiche di molti membri della comunità scientifica italiana. Agronomi, ricercatori, docenti universitari: in oltre 400 hanno firmato la lettera che il 9 gennaio scorso è stata indirizzata a tutti i senatori della Repubblica e che della legge chiede il ritiro.

Tra i chiamati a votare la nuova legge quadro sul biologico ci sarà anche Elena Cattaneo, docente all’Università Statale di Milano e senatrice a vita. Una delle prime in Italia ad aver smascherato il metodo Stamina.

Cosa pensa della lettera inviata da oltre 400 scienziati al Senato, che chiede il ritiro del Ddl 988 in materia di agricoltura biologica? Ne condivide le contestazioni?
Il documento, che continua a raccogliere adesioni (sono quasi 400), per la prima volta demolisce la “bella ma impossibile” narrazione del biologico spiegando, dati alla mano, le falle di una comunicazione a senso unico e, a mio parere, ingannevole. Per giustificare prezzi fino al 100% superiori, è stata promossa l'illusione che il bio fosse l'unico metodo in grado di salvare il mondo e farci vivere meglio e di più. Ma non esistono prove scientifiche a confermarlo, anzi le analisi dicono che i prodotti biologici non sono qualitativamente migliori e che il bio su larga scala è insostenibile in quanto per le principali colture produce fino al 50% in meno, richiedendo il doppio della terra. Per convertire il mondo a biologico quindi dovremmo rendere coltivabili altre centinaia di milioni di ettari sottraendoli a foreste e praterie. Per anni i consumatori hanno subito inermi questo inganno: per questo oggi consiglio a tutti di leggere questo documento. La “favola” del “naturale=buono” ha contribuito, poi, ad etichettare come “inquinatori del pianeta” oltre un milione di imprenditori agricoli che si affidano ogni giorno alle migliori tecnologie disponibili per garantire al consumatore prodotti sani e sicuri, all'ambiente il metodo che inquina meno e a sé stessi la soluzione più efficiente in termini di resa. Sono le stesse associazioni e lobby del “biologico di massa” a muovere accuse che non reggono a un'analisi scientifica.

Quale è secondo lei il vulnus più grave di questo Ddl, se venisse definitivamente approvato così come è uscito dalla Camera?
A mio avviso è fuorviante l'impostazione stessa del disegno di legge, che promuove a “core-business” dell'agricoltura italiana una produzione di nicchia, che in molti casi segue procedure vecchie di almeno mezzo secolo.
Il vulnus è l'aver escluso dal Ddl l'agricoltura che sostiene il Paese, quella fatta da imprenditori, agronomi e studiosi che integrano competenze, innovazione e amore per la terra e che non tollerano più l'irragionevolezza con cui anche il Parlamento ha sposato una narrazione “bucolica” ed elitaria che ha ben poco a che vedere con la realtà.
Si disconosce, di fatto, quel 97% dell'agricoltura che rende unici i nostri prodotti Dop, tutela l'ambiente con l'innovazione e garantisce cibo accessibile e di qualità a tutti. Il ddl arriva perfino a prevedere finanziamenti solo per linee di ricerca specifiche per il biologico, anziché promuovere la ricerca in agricoltura tout court, quanto mai necessaria per capire quale metodo, in quale contesto, sia scientificamente migliore per efficienza, resa e difesa dell'ambiente, decidendo poi in base a questo su cosa scommettere e cosa finanziare.
Peraltro, viene ignorato completamente il sistema dei controlli, elemento che, a leggere le tante notizie sul “falso bio”, avrebbe meritato ben altra attenzione.
Quanto al “fondo per la produzione biologica” previsto dall'articolo 9 del ddl, è importante capire quanta parte finirà a finanziare prati, pascoli e foraggere, sostanzialmente improduttivi e indistinguibili dal non bio che da soli rappresentano ben il 50% della superficie agricola utilizzata (SAU) certificata biologica. Di tutto questo cosa ne penserebbe un contribuente informato?
Infine, nel ddl si equiparano agricoltura biologica e biodinamica: quest'ultima, a un'impostazione già ideologica come quella biologica, aggiunge credenze esoteriche come la “fecondazione cosmica”, da potenziare per mezzo del “cornoletame” e di vesciche di cervo riempite di fiori di achillea. Come può il Parlamento promuovere la stregoneria di Stato in agricoltura?

Secondo lei c'è spazio per correggere il Ddl?
Ci deve essere. È una questione di responsabilità pubblica. Il documento mandato dagli esperti ai senatori, basato su prove scientifiche ad oggi non smentite da controprove di pari affidabilità, rappresenta una parte importante del panorama produttivo italiano in un settore fondamentale della nostra economia. Quelle firme e quei contenuti non possono essere ignorati.
Se il ddl fosse approvato così com'è, senza una discussione costruttiva, si correrebbe il rischio di far apparire il Parlamento come difensore di uno specifico gruppo d'interesse che – per di più – promuove una visione di sviluppo arretrata, basata sull'ideologia quando non sulla magia, avulsa dalla realtà.
In calce a quella lettera ci sono i nomi e i cognomi degli esperti che studiano la materia e quelli di molti imprenditori e agronomi che ogni giorno scendono letteralmente “in campo”. Perché non dar loro voce, chiamandoli in audizione nelle commissioni in modo che si possano valutare modifiche al testo e, al momento del voto, si possa votare davvero in scienza e coscienza?

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