analisiVISTO DA PARIGI

Il bipolarismo «sociale» e «culturale» della Francia

di Marco Moussanet

(Ap)

2' di lettura

I mercati hanno festeggiato. Ed è più che comprensibile. Dopo averlo sfiorato, e temuto, la Francia, l’Europa e il mondo (almeno quello occidentale e sviluppato) hanno evitato lo scenario da incubo di un ballottaggio, alle presidenziali, tra l’estrema destra e l’estrema sinistra.

Ma non bisogna commettere l'errore di credere che il risultato finale sia acquisito.

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Da ieri si è aperta una nuova campagna elettorale. E per Emmanuel Macron – che domenica sera si è comportato come se avesse già in tasca le chiavi dell’Eliseo – non sarà una passeggiata.

Il voto del 23 aprile 2017 ha spazzato via il bipolarismo politico che ha caratterizzato la storia recente (dal 1965) del Paese. Ma ha imposto un nuovo bipolarismo, sociale e culturale, ben più radicale. Che ci consegna la fotografia di una Francia profondamente divisa, con due pezzi di comunità nazionale contrapposti e ostili.

Il quotidiano “Le Monde” ha efficacemente sottolineato che, nel conteggio ufficiale delle schede, le curve dei consensi per Macron e per Marine Le Pen si sono incrociate alle 22h33. Fino a quell’ora - quando ad arrivare al ministero dell’Interno erano i risultati della Francia rurale, dei paesi che a torto o ragione ritengono di essere stati abbandonati al loro destino, dei centri periurbani ad alto tasso di disoccupazione e criminalità – era in testa la leader del Front National. Da quell’ora in poi – quando hanno iniziato ad affluire i dati delle città più grandi (emblematico è il caso proprio di Parigi, dove Macron ha preso il 35% e la Le Pen il 5) – la tendenza si è invertita. Così come la mappa geografica del voto evidenzia che l’Est impoverito dalla crisi e il Sud meta preferita dei migranti hanno scelto la Le Pen, mentre l’Ovest più ricco e industrializzato ha preferito Macron.

Il nuovo bipolarismo vede quindi da una parte la Francia più giovane e benestante, aperta, volontarista, europeista, meticcia e laica – incarnata da Macron. E dall’altra la Francia impaurita, in difesa, malmostosa, nostalgica, statalista, bianca e cattolica – incarnata dalla Le Pen. Da una parte, per estremizzare la schematizzazione, c’è la Francia del futuro. Dall’altra quella del passato.

È alquanto probabile che alla fine vinca la prima. Ma il rischio non è stato azzerato. Rispetto al 2002, quando ci fu lo shock del passaggio al secondo tuno di Jean-Marie Le Pen, la situazione è completamente cambiata. Oggi la figlia Marine può contare su un serbatoio di consensi che 15 anni fa non esisteva. Per lei voterà una parte della destra storica. E persino della sinistra radicale. Il fronte “anti-sistema” ha comunque ottenuto più del 41 per cento. E nessuno ha dimenticato il 54,6% con cui i francesi, nel 2005, hanno bocciato la costituzione europea.

Sarà un duello durissimo, all’ultima scheda. E se il futuro presidente sarà Macron, probabilmente con un vantaggio inferiore rispetto a quello ipotizzato dai sondaggi, avrà anche il delicatissimo e difficilissimo compito di riconciliare il Paese.

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