La partita finanziaria

Il boccone da migliaia di miliardi che Londra rischia di perdere

di Morya Longo

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4' di lettura

Il 66% degli hedge fund mondiali si trova in Gran Bretagna. Gira Oltremanica il 39% del mercato globale dei derivati su tassi. Il 37% degli scambi totali su valute passa dalle sale operative del Regno Unito. Transita dal Paese il 75% del mercato dei capitali dell’intera Europa. Nel complesso, secondo i dati ufficiali di TheCityUk, il Paese impiega 2,2 milioni di persone nel settore finanziario e dintorni. Dentro i luccicanti grattacieli di Canary Warf, ma anche in città come Manchester o Glasgow, l’industria finanziaria produce circa il 10% del Pil nazionale. Crea ricchezza. Paga un terzo delle tasse britanniche. Riempie ristoranti e alberghi. Fa partire e atterrare voli. E attrae ricchi da tutto il mondo: Londra è infatti una delle principali mete per gli ultra-milionari. Per non parlare delle Isole Vergini britanniche, altro lido per attività finanziarie e Paperoni di tutto il mondo.

Di fronte a questi numeri viene da chiedersi: ma davvero i britannici sono disposti a rischiare di perdere, con l’uscita dall’Unione Europea, una fetta importante della loro maggiore industria? Premesso che oggi ancora non si possono conoscere le modalità esatte dell’addio, né le sue conseguenze, molte stime che circolano sono infatti allarmanti. Algebris, società di gestione a livello mondiale, prevede ad esempio che una hard Brexit (cioè un divorzio duro) potrebbe costare al Paese 170 miliardi di sterline, pari al 7% del Pil. «Di fatto si tratterebbe di alcune centinaia di milioni di sterline perse ogni settimana per i prossimi otto anni», calcola il fondatore e Ceo Davide Serra. E di stime simili se ne trovano molte. Davvero gli inglesi sono disposti a rischiare questo? A questo porta l’estremizzazione della politica? Oppure fanno altri calcoli? La risposta è difficile da trovare ora. Perché la partita è in realtà ancora da giocare.

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L’unica che forse è prevedibile fin dall’inizio è la partita delle banche. In caso di uscita dall’Unione europea in maniera «dura», è verosimile che cada il principio del mutuo riconoscimento: «Se oggi una banca che ha la licenza inglese può aprire sedi e vendere prodotti in qualunque Paese europeo, domani dovrà probabilmente chiedere anche una licenza in un Paese europeo», spiega Alessandro Belluzzo della Belluzzo & Partners. Certe attività, con relativo personale, dovranno quindi verosimilmente essere spostate nel Continente. Una ricerca commissionata a fine 2016 da TheCityUk ha stimato che 70mila lavoratori del settore finanziario potrebbero lasciare il Paese se si concretizzasse uno scenario di «hard Brexit». Uno studio di PwC prevede addirittura 100mila posti di lavoro in meno entro il 2020.

Molte banche in effetti hanno già detto che delocalizzeranno alcune attività: Hsbc ha annunciato che sposterà l’attività di trading (che genera il 20% dei ricavi) a Parigi, il presidente di Ubs ha detto tempo fa che mille banchieri su 5mila potrebbero lasciare la City di Londra, JP Morgan aveva previsto già prima del referendum che 4mila lavoratori avrebbero potuto lasciare la Gran Bretagna. Ma c’è anche chi non si muove precipitosamente, come Citigroup: «Dato che la banca si trova in 20 dei 27 paesi dell’Unione europea - fanno sapere dal quartier generale - siamo già ben posizionati per servire i clienti. Una decisione su Brexit verrà presa entro metà 2017». È comunque probabile che i grattacieli di Canary Warf a Londra saranno tra qualche anno un po’ meno pieni di oggi. Questo significherebbe anche meno ristoranti, meno hotel, meno taxi, meno voli aerei. Non solo meno banchieri.

Altra partita che gli inglesi difficilmente potranno vincere è quella sul clearing, cioè la compensazione delle attività finanziarie. La fusione tra la Borsa di Londra e quella di Francoforte è staltata anche per evitare la vendita, per motivi Antitrust, della London Clearing House. Ma Londra rischia di perderla ugualmente, di fatto, con Brexit. «Troverei sorprendente se l’Europa accettasse che l’attività di compensazione delle transazioni finanziarie denominate in euro venisse tenuta fuori dall’Unione europea - osserva Davide Serra -. Si tratta di un’attività importante, sarebbe incredibile se la Bce non pretendesse di mantenere il controllo all’interno dell’Unione».

Meno scontata la partita delle società di gestione del risparmio. Che rappresenta un’industria importante, se si considera che - secondo uno studio di Aon - in Gran Bretagna sono gestiti quasi 1.400 miliardi di euro di pensioni e di ricchezza di clienti europei. Anche questa attività potrebbe tornare in Europa? I gestori, per ora, dicono di no. «Per ora nessuno che io conosca si sta spostando fuori da Londra - osserva Mattia Nocera, Ceo della società di gestione Belgrave Capital Management -. Noi stiamo anzi spostando la gestione dei fondi offshore a Londra». Il suo ragionamento è chiaro: la Alternative Investment Fund management directive (cioè la direttiva europea che riguarda i fondi alternativi) prevede già oggi che il passaporto europeo venga riconosciuto anche a un fondo che ha sede in un Paese che vanta un regime di vigilanza equivalente a quello europeo. Dunque non dovrebbe cambiare nulla. L’impatto dovrebbe restare limitato anche per i fondi Ucits o le Sicav.

C’è poi il tema dei ricchi e super-ricchi. «Il consiglio che diamo ai nostri clienti è di rispondere all’incertezza con la diversificazione - racconta Belluzzo -. Cioè di sfruttare le opportunità migliori in Europa dove si presentano. Oggi molti Paesi, tra cui l’Italia, hanno la Flat Tax. Per questo vediamo aziende o anche individui che stanno pensando di spostare parte dell’attività anche a Milano». La partita è tutta da giocare. Il mondo della finanza muove grandi capitali. I super-ricchi, ammesso che abbiano accumulato ricchezze in maniera lecita, sono bocconi prelibati per tanti Paesi. Brexit rimescola le carte. Ma difficilmente porterà alla fine della City: più probabilmente creerà solo una redistribuzione di alcune attività. Londra giocherà la sua partita. Come tutti.

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