Cassazione

Il bonifico è in ritardo? La banca risarcisce per lo stress

La consistenza della somma basta per dimostrare il patema d’animo subìto dal correntista che aveva atteso oltre un mese dall’ordine di accreditare oltre 200 mila euro

di Patrizia Maciocchi

Come cambia il futuro delle banche

2' di lettura

La banca deve risarcire il correntista per lo stress sopportato a causa del ritardo nell’accredito sul conto di un bonifico di oltre 200 mila euro. La sola consistenza della somma basta, infatti, a dimostrare il patema d’animo. La Corte di cassazione (sentenza 24643) respinge il ricorso dell’istituto di credito, condannato a risarcire il danno morale ad un cliente che aveva aspettato per oltre un mese, dalla data dell’ordine di bonifico, che sul suo conto si materializzassero più di 200 mila euro. Ad avviso della banca la legge il «sensibile patema d’animo», alla base del danno non patrimoniale, andava dimostrato, come previsto dalla legge, attraverso «più presunzioni gravi precise e concordanti». Mentre nel caso esaminato la Corte d’Appello aveva affermato l’esistenza del pregiudizio basandosi su un’unica presunzione: il fatto che il bonifico riguardava una somma cospicua.

L’inadempimento contrattuale

Per la Suprema corte però il giudizio è corretto. Il danno morale, inteso come sofferenza soggettiva - sottolineano i giudici di legittimità - rientra nella categoria del danno non patrimoniale e certamente può derivare da un inadempimento contrattuale «che pregiudichi un diritto inviolabile della persona». Chi chiede il “ristoro” deve provare, anche attraverso presunzioni semplici, il pregiudizio subìto. E la Cassazione precisa che «non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma p sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità desumibile da regole di esperienza». Nel caso esaminato il ritardo della banca aveva provocato al cliente notti insonni e l’aveva indotto a fare uso di psicofarmaci. Per il giudice una presunzione grave e precisa. E dunque utile come «unica fonte del convincimento».

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