il peso delle parole

Il boom, la fiducia e il rilancio

di Valerio Castronovo


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(AdobeStock)

3' di lettura

C’è un fattore di grande importanza per la crescita dell’economia come per le stabilità delle istituzioni e per l’evoluzione dell’ordinamento sociale.

Ed è un clima pervasivo di fiducia tanto più indispensabile in certi frangenti, quando si tratta di affrontare prove ardue e impegnative.

Oggi ci troviamo, appunto, nel mezzo di una fase estremamente difficile, in quanto occorre attuare un piano di sviluppo che si fondi su solidi pilastri: da adeguate infrastrutture materiali e immateriali, a una maggiore disponibilità di risorse energetiche; da un’implementazione delle attività di ricerca, a un’attrezzata catena di percorsi di formazione/riqualificazione professionale; dalla creazione di condizioni favorevoli per startup innovative, alla semplificazione delle procedure della pubblica amministrazione. Altrimenti, non avverrà quel “salto di qualità” del sistema-Paese necessario sia per una crescita della produzione e un ammodernamento dei servizi, sia per un aumento dell’occupazione e un reale processo di inclusione sociale.

In considerazione di una posta in gioco di così ampia portata, c’è quindi da augurarsi, nell’interesse collettivo, che quanti si trovano alla guida del governo agiscano con realismo e senso di responsabilità.

Appaiono perciò incongrue quanto improvvide certe sortite, come quelle del leader politico dei Cinquestelle, che finiscono, da un lato, per complicare l’opera, già di per sé laboriosa, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, volta a mediare i differenti orientamenti dei grillini e dei leghisti su alcuni dossier di particolare rilevanza; e, dall’altro, per rendere più faticoso il compito del ministro dell’Economia Giovanni Tria nella gestione dei conti pubblici in sintonia con le regole dell’Unione europea e in base all’accordo stipulato con la Commissione di Bruxelles che ha evitato, per il momento, l’apertura di una procedura d’infrazione a carico dell’Italia.

Il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio avrebbe dovuto quindi evitare, tanto più in quanto si è in presenza di un calo della produzione industriale e di una congiuntura avversa in tutta l’Eurozona destinata ad avere serie ripercussioni su un’economia come la nostra trainata dal motore dell’export, di enunciare che siamo alla vigilia di un boom analogo a quello di sessant’anni fa. Un’asserzione di questo genere, anziché dar fiducia a imprese e famiglie, genera al contrario sconcerto e scetticismo. Ma la fretta di segnare un punto a proprio vantaggio, nella permanente competizione con Matteo Salvini in vista delle elezioni europee di maggio, ha spinto il leader pentastellato a dare per scontato, o prossimo comunque all’incasso, un dividendo largamente positivo della Legge di bilancio appena approvata, nonostante il fatto che, secondo Tria, ci sia il rischio di una stagnazione, se non di una recessione dopo le previsioni di Bankitalia su un ribasso tendenziale del tasso di crescita del Pil. Ragion per cui risulta una specie di esorcismo il duro attacco del vicepremier grillino a Bankitalia, quando invece sarebbe bene che il governo valutasse in che cosa potrebbe consistere un’eventuale manovra correttiva.

Per di più Di Maio è andato in gita, con Alessandro Di Battista, a Strasburgo per far sapere baldanzosamente che intende rendersi protagonista, a capo di una propria pattuglia di sovranisti e populisti, di una sorta di rivoluzione delle istituzioni e delle regole della Ue all’indomani del voto europeo di maggio. A tal fine ha affermato che comincerà col chiedere l’abolizione di Strasburgo quale sede dell’Europarlamento, in quanto da lui considerata «una marchetta francese», ignorando così, o dimenticando volutamente, il fatto che la città sulle sponde del Reno è stata scelta nel 1957 all’insegna della rappacificazione tra la Francia e la Germania combattutesi per due guerre consecutive, e perciò quale emblema di una loro feconda cooperazione nell’ambito di una comunità democratica europea. Oltretutto, pochi giorni prima, il leader pentastellato aveva offerto il suo appoggio ai Gilet gialli francesi, prescindendo dal suo ruolo istituzionale di ministro della Repubblica italiana e ingerendosi provocatoriamente nelle vicende interne di un Paese amico e membro della Ue.

Insomma, se da un lato l’annuncio di un imminente secondo “miracolo economico” risulta paradossale, e quindi tale da non alimentare quel moto concreto di fiducia che Conte e Tria cercano di assicurare all’azione del governo gialloverde, dall’altro la spavalda autoinvestitura a promotore di un’era del tutto nuova per l’Europa è quantomeno controproducente per via delle ulteriori incertezze sull’affidabilità del nostro Paese che un miraggio del genere suscita a livello internazionale e al cospetto dei mercati.

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