contraffazione

Il brand Usa Supreme blocca il «legal fake» e fa chiudere i negozi

Stop alla società anglo-italiana con sentenze in Italia e Spagna

di Laura Cavestri

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Stop alla società anglo-italiana con sentenze in Italia e Spagna


2' di lettura

Supreme contro Supreme. Piccoli colpi di “piccone”. Così, sentenza dopo sentenza, il legal fake inizia a perdere diritto di cittadinanza. La vicenda è quella che da anni contrappone Supreme NYC, il celebre brand Usa di streetwear, a Supreme Italia – fondata a Barletta – e alla “sorella” Supreme Spain, entrambe controllate dall’International Brand Firm (Ibf), società con sede a Londra. L’ultimo atto, a fine gennaio, è stato il riconoscimento, da parte della Cina, del brand statunitense Supreme come originale.

Conseguenza, il China Trademark Office ha ordinato la chiusura di oltre 40 punti vendita “anglo-italiani” in città come Suzhou, Nanjing, Kunming, Hainan, compresi i due più noti di Shanghai.

Il “legal fake” nasce quando un’azienda registra un marchio in uno o più Paesi prima che lo faccia il brand originale e poi si mette a vendere prodotti simili o quasi uguali, sfruttandone la popolarità. Nel 2016, quando Ibf avvia, in Italia, l’iter di registrazione del suo Supreme Italia, il brand Usa lo ha già effettuato nel nostro Paese. Ma dato che Supreme NYC vende i suoi prodotti, in numero limitato, solo in alcuni negozi (tra New York, Los Angeles, Londra, Parigi e Tokyo), impersonare il brand con una più capillare distribuzione – e un debutto ufficiale a Pitti Uomo nel gennaio 2016 – è stato relativamente agevole.

Qualche mese fa, però, con la sentenza 47827/2019, la Cassazione ha messo un punto, confermando la legittimità di una serie di sequestri penali di merce di Ibf (a marchio “Supreme Italia” e “Supreme Spain”) per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro avvenuti nei mesi precedenti. Per la prima volta, infatti, a essere bloccati come contraffatti sono stati marchi registrati in Italia e Spagna. Una sentenza – quella della Corte di Cassazione penale italiana – destinata a fare “giurisprudenza”.

Quasi contemporanemente, a gennaio, è giunta la decisione del tribunale di Barcellona (sentenza 14/2020), che – paragrafo 33 – sancisce come anche in caso di registrazione successiva, il marchio Supreme NYC prevale per notorietà e connotazione su quello Supreme Spain, avendole ottenute prima che tale marchio fosse richiesto nell’aprile 2017.

Ora la querelle si sposta a livello Ue. Perchè Supreme NYC, dal maggio 2018, non è ancora riuscita a registrare il suo marchio presso l’Euipo (European Union Intellectual Property Office). Richiesta respinta per «scarsa descrittività» e «carenza di carattere distintivo del marchio in questione». In pratica, secondo gli uffici di Alicante, la parola “Supreme” è un aggettivo che per un consumatore di lingua inglese significa «di altissima qualità» e quindi non può diventare un marchio.

Tuttavia, a novembre 2019, la stessa Euipo ha chiarito, con un provvedimento molto articolato, che “Supreme” è riconosciuto come «un marchio dotato di una capacità distintiva» acquisita proprio grazie all’importante diffusione nella Ue. Un cambio di rotta? Si vedrà. Per ora Supreme NYC attende ancora il vaglio Ue sulla sua richiesta di registrazione.

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