la geopolitica del covid

Il Brasile compra il vaccino anti-Covid dalla Cina, l’Argentina dalla Russia

La geopolitica del Covid. L’ente regolatore di Brasilia si appresta a dare il via a Sinovac, mentre il governo di Buenos Aires dice “sì” a Sputnik 5

di Roberto Da Rin

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La geopolitica del Covid. L’ente regolatore di Brasilia si appresta a dare il via a Sinovac, mentre il governo di Buenos Aires dice “sì” a Sputnik 5


3' di lettura

La geopolitica del Covid prende forma. Le “alleanze sanitarie”, le corsie preferenziali, sono osservabili fin da ora, in varie latitudini. In America Latina il fenomeno è palese: il Brasile si appresta ad acquistare il vaccino cinese, l’Argentina quello russo.

Il Brasile favorisce Pechino
Il Brasile è stato duramente colpito dal virus anche in conseguenza dell'atteggiamento negazionista del presidente Jair Bolsonaro. Ora si colloca al terzo posto nel mondo per numero di vittime. Un documento preparato da ricercatori di diverse università indica che il Brasile, dove più di 169mila persone finora sono morte a causa del coronavirus, si trova già nella seconda ondata della pandemia. «La situazione si è drasticamente deteriorata nelle ultime due settimane», è scritto nel rapporto pubblicato dal portale di notizie G1.

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Lo Stato di San Paolo si appresta ad acquistare 46milione di dosi di vaccino Sinovac, quello cinese appunto. Il direttore dell'Istituto biomedico Butantan, Dimas Covas, ha dichiarato che spera di utilizzarlo già in gennaio, subito dopo l'approvazione dell'ente regolatore brasiliano Anvisa.

L'intera operazione è ovviamente approvata da João Doria, governatore dello Stato di San Paolo, che ha seguito con attenzione le ultime fasi di sperimentazione e si è scontrato in varie occasioni con il presidente Bolsonaro che non ha mai apertamente rinnegato il suo scetticismo. Superata quindi la “impasse” di due settimane fa: l'autorità sanitaria brasiliana sospese gli studi clinici del vaccino Covid-19 sviluppato in Cina dopo un “incidente” che ha coinvolto un volontario, morto secondo alcune fonti.

L'autorità di regolamentazione, Anvisa, dichiarò in una nota di aver «stabilito di interrompere la sperimentazione clinica del vaccino CoronaVac dopo un grave incidente avverso», avvenuto il 29 ottobre. Alcuni giorni dopo è stata ricostruita l'intera vicenda dalle autorità brasiliane escludendo che la morte del volontario fosse conseguente al vaccino.

Argentina, sì al vaccino russo Sputnik 5
Un'altra alleanza sanitaria è quella tra Buenos Aires e Mosca. Il governo argentino dovrebbe firmare la settimana prossima l'accordo con la Russia per la fornitura di vaccino contro il Covid. Il Comitato di vaccinazione guidato dal presidente Alberto Fernández sta già lavorando nella progettazione e nella logistica della «campagna di vaccinazione più grande della storia argentina». In dichiarazioni a Radio 10, il coordinatore del governo, Santiago Cafiero, ha confermato che «il tema sta avanzando molto bene, dopo la conversazione avuta da Fernández con il presidente russo» Vladimir Putin, «e quindi ci aspettiamo di firmare il contratto pr il vaccino Sputnik 5 la settimana prossima».

La questione è stata evocata dallo stesso capo dello Stato argentino durante il suo intervento nel G20 in corso in modo virtuale in Arabia saudita, quando ha ringraziato Putin sostenendo che «si è lavorato molto per far arrivare il vaccino russo nei tempi e nei modi opportuni in Argentina».

L’economia dell'immunizzazione
Nelle ultime settimane si stanno componendo le varie tessere del mosaico che raffigura “l'economia dell'immunizzazione”. Gli attori sono molti: i colossi farmaceutici, gli organismi sovranazionali e i governi di tutto il mondo. Qualche numero: William Lazonick è un economista canadese, docente all'Università di Lowell, in Massachussets. Il suo recente intervento al Festival di Internazionale, a Ferrara, Lazonick ha mostrato dati sorprendenti. Nel decennio 2006- 2015, tra le prime grandi società quotate in borsa in base alla classifica stilata da Standard & Poor's, 18 appartenevano al settore farmaceutico. Queste diciotto big companies hanno macinato utili – tra il 2006 e 2015 - pari a 525 miliardi di dollari.

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